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PICTURES KILL

Leonardo Brogioni, Marco Capovilla, Ken Ponzio, 05 ottobre 2006

note: L'icona che segnala l'eliminazione dall'archivio della Reuters di una delle foto manipolate dal fotoreporter free lance libanese Adnan Hajj.

 



Quattro tipi di frodi fotografiche avvenute nel corso della recente guerra tra Israele e Libano

Nel corso della guerra-lampo avvenuta tra luglio e agosto, protagonisti Israele e Libano, la immagini giunte nelle redazioni dei giornali dai numerosi fotografi inviati da testate e agenzie contenevano, oltre a tante immagini di attualità rispondenti pienamente ai principi etici del migliore fotogiornalismo contemporaneo, anche alcuni pessimi esempi di frode fotografica.

Ci sono vari modi per produrre immagini di news false e disoneste e in questa occasione il campionario di possibilità è stato esplorato in quasi tutte le sue possibili declinazioni moderne.

Scendendo nel dettaglio, possiamo riconoscere almeno quattro modalità diverse con cui si è deciso di carpire la buona fede dei lettori di giornali attraverso l’uso di foto "truccate":

  1. manipolando e ritoccando le immagini scattate
  2. fotografando vere e proprie messe in scena organizzate da parte di individui interessati a influenzare l’opinione pubblica e presentandole come se si fosse trattato di eventi verificatisi spontaneamente
  3. fotografando situazioni frutto di messe in scena da parte del fotografo stesso e spacciandole come autentiche
  4. fornendo, nelle didascalie delle fotografie, informazioni false o fuorvianti di eventi avvenuti in luoghi o tempi diversi

Ci occuperemo in questo Speciale delle varianti qui sopra schematicamente descritte.

Il "brutto spettacolo" offerto dai corrispondenti delle agenzie ha coinvolto in particolare (ma non solo) la Reuters, che è stata costretta dal precipitare degli eventi smascherati in internet su vari siti e da numerosi blogger a dare il benservito ad un suo "stringer" (uno "stringer" è un free-lance che lavora a contratto con una agenzia) oltre a diffondere un comunicato in cui si stigmatizza l’accaduto, sottolinendo da una parte che mai un fatto simile si era verificato all’interno dell’agenzia e confermando dall’altro lato i solidi principi di deontologia giornalistica ai quali si attiene Reuters e la decisione di rendere ancora più strette le maglie del controllo redazionale sui prodotti editoriali diffusi.

firma: ph. Adnan Hajj/Reuters

note: a destra la foto originale, a sinistra quella manipolata dal fotografo

 

Reuters Stringers

La collaborazione tra l’agenzia Reuterse Adnan Hajj, fotoreporter free lance libanese, si è interrotta Sabato 5 Agosto 2006, quando l’agenzia britannica ha inviato ai suoi abbonati un'immagine realizzata da Hajj raffigurante una colonna di fumo che si innalza sopra il cielo di Beirut dopo un bombardamento israeliano.

La foto, apparsa su vari ma non meglio precisati siti internet di informazione, è stata chiaramente manipolata con Photoshop allo scopo di rendere più intenso e alto il fumo e aumentare così la drammaticità dell’evento. La manipolazione è stata così grezza che molti bloggers (primo fra tutti Little Green Footballs ) l'hanno subito individuata e denunciata.

Ma negare l’evidenza del ritocco non è stato possibile. La Reuters quindi ha rimosso la foto dai suoi archivi, si è scusata pubblicamente "per l'inconveniente" (con un comunicato sul suo sito internet ), ha immesso sul mercato "una corretta versione dell'immagine", ha cessato la collaborazione con Adnan Hajj, ha bloccato per precauzione tutte le immagini di Hajj presenti in archivio (circa 920 fotografie) e infine ha iniziato su di esse un controllo accurato per verificarne l’attendibilità.

note: il comunicato di scuse e spiegazioni pubblicato dalla Reuters sul suo sito pictures.reuters.com

 


Moira Whittle, addetta alle pubbliche relazioni di Reuters, ha riferito che Hajj ha ammesso l’intervento con il software ma si è giustificato dicendo all'agenzia di aver alterato le immagini del fumo sopra Beirut solo per rimuovere alcune macchie dovute alla polvere.

Le critiche però si sono moltiplicate quando si è scoperto che altre foto di Hajj apparivano come frutto di manipolazione. Un altro blogger (Rusty Shackleford ) ha analizzato un'immagine di Hajj che mostrava un jet israeliano mentre sgancia tre razzi (descritti nella didascalia come "missili") ed ha dimostrato che nella foto originale era visibile un solo razzo che poi è stato clonato due volte. La Reuters ha ammesso che anche questa immagine, distribuita dall’agenzia il 2 Agosto, era stata manipolata.

didascalia: "An Israeli F-16 warplane fires missiles during an air strike on Nabatiyeh in southern Lebanon. ph. Adnan Hajj/Reuters"

A sinistra l'icona che segnala la foto manipolata ed eliminata dall'archivio
firma: ph. Adnan Hajj/Reuters
note: Sulla effettiva identificazione degli oggetti esplosivi sganciati dall'aereo c'è una discussione aperta tra chi sostiene che siano missili e chi invece ritiene si tratti di dispositivi antimissile (flares).

 


Sulla vicenda è intervenuto anche il Washington Post con un articolo di Deborah Howell all’interno del quale vengono riportate queste parole di Joe Elbert, assistant managing editor for photography dello stesso Washington Post : "I photo editor del Post sono prudenti con le foto che provengono dal Medio Oriente. Alcuni fotografi free lance sono privi di formazione giornalistica adeguata. Non operano con gli stessi standard della maggior parte dei fotografi internazionali".

Hajj è stato un collaboratore di Reuters per un decennio, dal 1993 al 2003 e da Aprile 2005 ad adesso. La maggior parte del suo lavoro riguardava la copertura di eventi sportivi.

Le due foto da lui manipolate sono state distribuite quando l'agenzia aveva semplificato le procedure di editing per permettere un tempestivo invio di foto dal Medio Oriente. In accordo con Reuters, Hajj aveva inviato 43 foto alla sede internazionale dell'agenzia direttamente invece che tramite un editor a Beirut, come volevano le procedure standard che venivano applicate da Reuters fin dall'inizio del conflitto il 12 Luglio 2006.

Reuters ha dichiarato che userà adesso una procedura più accurata per l'editing delle foto in maniera tale che nessuna immagine possa essere inviata agli abbonati senza la revisione di un top picture editor della sede di distribuzione internazionale situata a Singapore, ma non ha comunicato notizie su eventuali procedimenti disciplinari nei confronti di suoi photo editor.

Tutte le fotografie inviate ai clienti da Reuters sono spedite dal service's picture desk di Singapore. I fotografi, ovunque essi siano, devono inviare le loro immagini alla sede di Singapore per l'editing e la redistribuzione. Ma non è sempre stato così per Reuters: prima che il servizio venisse ridimensionato e riorganizzato, lo scorso anno, esistevano picture desks a Washington, Londra e Hong Kong dove vari photo editor esaminavano le foto spedite dai fotografi. Questi ultimi inviavano le immagini alla sede a loro più vicina. Londra era la sede principale, che supervisionava le operazioni di tutti gli uffici. Molti tra i più esperti photo editor, che hanno lavorato con Reuters per molti anni, non sono stati trasferiti a Singapore durante il ridimensionamento.

firma: ph. Nasser Nasser/AP

 

Le pietà libanesi

Il 12 Luglio 2006 inizia "La guerra di Luglio" (per i libanesi) o "la "Seconda guerra del Libano" (per gli israeliani). Il 30 Luglio (prima quindi della risoluzione 1701 per il cessate il fuoco, approvata dall'ONU l'11 Agosto 2006) un raid aereo israeliano sulla città di Cana, abbatte una palazzina civile provocando morti e feriti (56 morti, 32 dei quali bambini, secondo il governo libanese ; 28 morti tra cui 16 bambini e 13 dispersi, secondo Human Rights Watch ).

Sulle fotografie e sui video che riprendono i soccorsi alle vittime del raid, compare frequentemente, troppo frequentemente, un uomo con occhialini, maglietta blu e un elmetto verde in testa: per questo soprannominato dai media Mr. Green Helmet .

 


Sembra che una serie di scatti fotografici dello stesso soggetto nell’intento di recuperare le vittime dell’attacco aereo, lo ritraggano sempre con la stessa vittima (un bambino). Fin qui nulla di speciale. Il fatto è che sono state scattate da fotoreporter di diverse agenzie e in orari diversi , tra i quali Adnan Hadji per Reuters alle 2:21pm e poi alle 4:30pm, Kevin Frayer per AP alle 4:09pm, alle 12:45pm, alle 12:53 e all’1:01pm. Su una emittente tedesca appare un video dove chiaramente si capisce che Mr. Green Helmet dirige i media che riprendono la scena. Fa molta attenzione che le vittime (reali) siano bene in mostra e se la scena viene male, la fa rifare aggiungendo magari un'altra vittima (reale) all'inquadratura.

 

firma: Le foto di questa e delle precedenti sequenze sono di Adnan Hadji/Reuters, Kevin Frayer/AP, Nasser Nasser/AP

 


Il tabloid tedesco BILD afferma che Mr. Green Helmet fosse già attivo attore della propaganda Hezbolla già durante la prima guerra israelo-libanese.

La conseguenza è stata che i blogger, con maggiore o minore credibilità, si sono scatenati accusando la stampa e i fotogiornalisti di realizzare foto "staged" e quindi di essere antisionisti, filoarabi e chi più ne ha più ne metta.

Icone dei Neocon americani gongolanti (ad esempio Michelle Malkin ) rischiano di rovinare la reputazione e il buon nome di fotografi come Tyler Hicks per un’imprecisione da parte della redazione del New York Times.Infatti quando la città di Tiro viene ripetutamente bombardata dall’esercito israeliano, il 27 Luglio 2006, Tyler Hicks fotografa alcuni soccorritori che cercano di spegnere delle fiamme di una palazzina colpita. Il New York Times pubblica sul suo sito un Photo Essay in cui compare una fotografia di Hicks, soprannominata poi della "Pietà libanese" per la somiglianza con la scultura del Michelangelo. Nella didascalia sotto la foto si legge: "ci sono ancora corpi sotto le macerie" implicitamente identificando il corpo del soggetto principale come quello di una vittima del bombardamento.

didascalia: The mayor of Tyre said that in the worst hit areas, bodies were still buried under the rubble, and he appealed to the Israelis to allow government authorities time to pull them out.
firma: Photo Tyler Hicks/The New York Times, photo essay "Attack in Tyre"
note: La didascalia errata è stata sostituita da questo comunicato:
A picture caption with an audio slide show on July 27 about an Israeli attack on a building in Tyre, Lebanon, imprecisely described the situation in the picture. The man pictured, who had been seen in previous images appearing to assist with the rescue effort, was injured during that rescue effort, not during the initial attack, and was not killed.
The correct description was this one, which appeared with that picture in the printed edition of The Times: "After an Israeli airstrike destroyed a building in Tyre, Lebanon, yesterday, one man helped another who had fallen and was hurt."

 


Ma un blogger molto seguito in USA, Gawker , analizza la sequenza delle foto e nota che la persona ripresa era stato fino a poco prima uno dei soccorritori e quindi non si trattava di una vittima del raid aereo ma di un infortunato durante i soccorsi, altri blogger accusano il fotoreporter di aver scattato una foto "posed".
Ma Tyler Hicks dichiara, in un’intervista alla radio NPR, di aver consegnato la foto con la didascalia originale che recitava correttamente: "After an Israeli airstrike destroyed a building in Tyre, Lebanon, one man helps another who had fallen and was hurt. Cars packed with refugees snaked away from the town".
Il New York Times poi ha corretto la didascalia e l'ha preceduta con l'avviso "This caption has been revised because initially it described the situation imprecisely".

Perché il New York Times non ha riportato nel suo essay la didascalia originale di Hicks?
Un esaustivo e autorevole articolo sul caso Hicks si può leggere sull’editoriale di "The Digital Journalist" di settembre.


 

Altri casi

In una foto firmata Sharif Karim/Reuters si vede un manichino femminile in posizione eretta e privo di danni evidenti, vestito con un abito da sposa, a poche decine di metri dal palazzo abbattuto del raid israeliano su Cana il 31 luglio. Si tratta con ogni probabilità di una messa in scena, perché è altamente improbabile che sul luogo di un’esplosione causata da una bomba che ha demolito un palazzo di tre piani uccidendo 28 persone si sia potuto salvare, senza evidenti segni di danneggiamento, un oggetto così fragile ed è altrettanto improbabile che tale oggetto sia rimasto sul posto, indisturbato, in mezzo al comprensibile viavai di soccorritori, ambulanze, giornalisti, operatori TV e, ancor più sorprendentemente, non sia stato ripreso da alcun altro fotoreporter.

didascalia: A mannequin adorned with a wedding dress stands near the site of an Israeli air raid in Qana July 31, 2006, where more than 54 women and children were killed a day earlier.
firma: REUTERS/Sharif Karim (LEBANON)

 


Identica osservazione si puo’ fare per quanto concerne l’immagine del Corano in fiamme , firmata dal solito Adnan Hajj/Reuters già pescato con le mani nel sacco per le foto del fumo dopo i bombardamenti su Beirut. Anche in questo caso, non è possibile verificare a posteriori, in assenza di testimonianze o di segni evidenti che provino il falso, che si tratti di una messa in scena orchestrata dal fotografo, ma è un ragionamento probabilistico che porterebbe ad escludere che in un frangente come quello a cui fa riferimento la foto si possa essere salvata una copia del Corano fino al momento dell’arrivo del fotografo, per poi bruciare convenientemente davanti ai suoi occhi, in cima alla pila di detriti, in bella evidenza, per un rapido consumo da dare in pasto ai media occidentali.

firma: ph. Adnan Hajj/Reuters

 


Per non parlare poi, sempre all’interno di questa stessa categoria di messe in scena, dei vari giocattoli, soprattutto peluche, ripresi in diverse situazioni relative alle devastazioni conseguenti ai raid aerei israeliani: i giocattoli colorati e in perfetto stato — si direbbe nuovi di scaffale - in primissimo piano a fare da contraltare allo spettrale, drammatico e grigio teatro bellico sullo sfondo. Immagini di Reuters, soprattutto, e di AP. Immagini che non è certo facile provare siano frutto di messa in scena, ma la cui inusuale frequenza e il cui uniforme stile suggerisce un intervento umano preordinato e quindi poco ortodosso.

firma: da sinistra a destra: Sharif Karim/Reuters (3 foto), Ben Curtis,/AP

 


Infine, nell’ambito dell’uso strumentale e falsato delle didascalie, possiamo analizzare la sequenza di foto di palazzi bombardati fornita da Reuters, potenzialmente imputabili anche ai redattori e ai photo editor che lavorano alle didascalie in redazione, in questo caso, per aver fornito dei riferimenti spazio-temporali da cui risulterebbe che lo stesso palazzo di Beirut viene bombardato il 18 luglio, il 24 luglio e il 5 agosto, risultando però in ciascun caso bombardato la notte precedente. Una palese contraddizione che sa molto di contraffazione.

didascalia: Da destra a sinistra
1) Journalists are shown by a Hizbollah guerrilla group the damage caused by Israeli attacks on a Hizbollah stronghold in southern Beirut, July 24 2006.
2) A Lebanese woman looks at the sky as she walks past a building flattened during an overnight Israeli air raid on Beirut's suburbs August 5, 2006.
3) Beirut, LEBANON: A press photographer takes pictures of the devastated southern Beirut suburbs of Dahyieh Junibiya, 18 July 2006. Israeli jets pounded Lebanon with a blistering wave of deadly raids under cover of darkness on today, the seventh day of an assault that has sent tens of thousands of people fleeing for their lives.
firma: ph. Adnan Hajj/Reuters (2 foto)
ph. RAMZI HAIDAR/AFP/Getty Images

 


Merita una rapida menzione anche la singolare presenza, davanti a vari palazzi distrutti dalle bombe, di una donna, in alcuni casi proprio la stessa donna , che posa in atteggiamento disperato, piangendo la perdita della propria abitazione e dei propri averi. Nonostante qui le prove siano in alcuni casi non proprio schiaccianti, quel che si può affermare con ragionevole certezza è che in almeno due casi si tratta della stessa persona davanti a due abitazioni diverse in date diverse: una stranezza che porta a pensare ad una fotografia costruita a tavolino con la compiacenza di una persona disposta a recitare la parte della donna che ha perso tutto e per questo leva i suoi lamenti al cielo.

didascalia: Da sinistra a destra
1) A Lebanese woman wails after looking at the wreckage of her apartment, in a building that was demolished by the Israeli attacks in southern Beirut July 22, 2006. REUTERS/Issam Kobeisi
2) A Lebanese woman reacts at the destruction after she came to inspect her house in the suburbs of Beirut, Lebanon, Saturday, Aug. 5, 2006, after Israeli warplanes repeatedly bombed the area overnight. AP/Hussein Malla
firma: REUTERS/Issam Kobeisi
AP/Hussein Malla

 

Conclusioni

Quanto vi abbiamo fin qui raccontato è la sintesi di un puntiglioso lavoro di analisi svolto da parte di numerosi "analisti dilettanti" (ma certamente molto attenti e, per molti versi, tecnicamente competenti), che hanno dissezionato fotografie, siti web, didascalie e notizie di agenzia, dando vita alla più feroce e impietosa iniziativa di analisi collettiva del flusso di immagini di news che finora sia capitato di vedere sul web. Molti, anzi la maggior parte, di questi siti e blog hanno una dichiarata appartenenza ideologica e politica: sono filoisraeliani e antiarabi, sono conservatori e antidemocratici (nel senso di filoRepubblicani, nella terminologia politica USA, essendo appunto statunitense la maggior parte di essi), sono "complottisti" nel senso che attribuiscono ad Hezbolla e a Reuters tutta la responsabilità, premeditata, dell’accaduto.

Sorgono a questo punto spontanee alcune domande, destinate in parte a rimanere senza una risposta esauriente:

  1. si è trattato di una singolare coincidenza o di una ben precisa, quasi pianificata e coordinata, offensiva di controinformazione partigiana?

  2. tanta tenacia — verrebbe da dire "ossessione" — nello sforzo di smascheramento è stata messa al servizio di una richiesta di informazione visiva più trasparente, indipendente, accurata e corretta o si è trattato di un’analisi di parte, tanto più feroce e puntigliosa quanto più unilateralmente e faziosamente schierata politicamente?

  3. e nel caso si sia trattato di un’analisi di parte, possiamo ritenere che essa — l’analisi, intendiamo, non le deduzioni da essa ricavate - sia stata svolta comunque correttamente o che si sia servita e abbia praticato le stesse distorsioni e faziosità che si proponeva e dichiarava di sottoporre a critica?

E ancora:

  1. come hanno reagito i professionisti del settore, i nostri colleghi fotogiornalisti, i photo editor e gli studiosi di media a questa straordinaria messa in discussione della serietà e credibilità della professione?

  2. i media tradizionali hanno dato spazio a queste analisi o si è trattato di un fenomeno tipicamente internettiano, chiuso nella sua autoreferenzialità e quindi vissuto da un pubblico ristretto, di nicchia e sostanzialmente lontano e sconosciuto alla grande maggioranza dei cittadini?

  3. infine, in Italia tutto ciò è stato conosciuto, discusso e commentato?

Rispondiamo indirettamente a queste ultime tre domande fornendo i links tramite i quali è possibile approfondire alcuni aspetti di quanto fin qui raccontato e rimandando i nostri lettori alla riflessione che noi stessi pubblichiamo in un’altra sezione

Alcuni importanti giornali e siti di informazione internazionali hanno trattato diffusamente l’accaduto, come pure alcune emittenti televisive.

Qui i links più significativi, perché contenenti non soltanto le notizie ma anche dei commenti:

La ricerca del nome "Adnan Adjj" su Google, sui siti italiani, ha fornito poche risposte, tra cui:



 

Intervista a Bruno Stevens
Ken Ponzio

Bruno Stevens fotoreporter free lance rappresentato da Cosmos, è stato più volte vincitore del premio World Press Photo. Dal 1998 ha realizzato servizi in Messico, Haiti, Ex Yugoslavia, Cecenia, Afganistan India, Israele, Sri Lanka, Nepal, Uganda, Pakistan, Kenia, Somalia, Angola e Libano. Il suo lavoro si focalizza sul destino delle popolazioni civili durante i conflitti. Sue foto sono state pubblicate da Stern, The Sunday Times Magazine, Time, Newsweek, Paris-Match.


Ken Ponzio: Ciao Bruno, come stai?

Bruno Stevens: Sto bene, stavo scannerizzando le ultime foto del Libano.

KP: Sei tornato di nuovo in Libano (dopo la guerra)…

BS: Sì. Due settimane fa sono ritornato là per Handicap International , solo per qualche giorno per una storia sulle vittime delle bombe a grappolo usate durante la guerra.

KP: Per tutta l’estate si è parlato sui blog di fotografie manipolate, di Adnan Hajj…

BS: Si, ma questi bloggers stanno a casa e non sanno nulla di quanto succede veramente. Questa faccenda è così ridicola!

KP: Dopo l’articolo di Trigano uscito su Liberation, c’è stata una tua risposta sullo stesso giornale. Cosa ne pensi del ruolo dei media in Libano?

BS: Credo che riguardo ai media fosse tutto normale. Sai sui blog e sulle varie testate sono state scritti vari articoli su varie teorie di cospirazione contro Israele, sull’anti semitismo… Sono solo stronzate. Ovviamente questo ragazzo (Haji) ha fatto qualcosa di alquanto stupido, ma è un caso assolutamente isolato. Certo non si fa, non deve accadere, ma è solo un errore di un ragazzo del posto senza esperienza. Ma per quanto riguarda il fatto che si fosse tutti lì a costruire immagini, sono totali stronzate.

Sai, in zona di guerra, quando sei sotto tiro e bombardato, non porti in giro orsacchiotti o cadaveri per costruire una fotografia! Tu corri e scatti quello che puoi. Certo quando la popolazione si trova in una brutta situazione con macerie, bombardamenti e vittime, ti mostrano le cose; è una sorta di fabbricazione delle fotografie, succede: questa gente è là, e trova oggetti o membra o cadaveri e te li mostra. Ma non si tratta propriamente di "fabbricare" una foto. I media sono là. Ma questa vicenda è assolutamente troppo gonfiata. Tutto ciò che si può dire dei media in Libano è che l’accesso era molto difficile, non potevi muoverti con libertà anche perché Israele bombardava qualsiasi macchina che si muovesse. Ogni volta che potevi muoverti ed andare a vedere i luoghi bombardati ti ritrovavi con una trentina di altri fotografi e questo non perché i fotografi fossero stupidi, ma perché era impossibile fare altrimenti. Io ed alcuni miei colleghi abbiamo provato a lavorare da soli, ma è molto più pericoloso. Un amico francese, Jerome Sessini, aveva la macchina, ogni tanto andava a piedi per i villaggi, ma era solo e gli hanno sparato. E’ molto pericoloso.

KP: Tu sei entrato in Libano attraverso la Siria se non sbaglio…

BS: Si, sono entrato molto velocemente. Non appena è incominciata la guerra ho pensato che questa fosse una storia importante. Sai, quando Israele incomincia a bombardare il Libano dopo sedici anni dalla fine della sua guerra civile (1975-1990), non c’era tempo per pensare, o chiedere assignments, si va e basta.

KP: Cosa pensi della responsabilità dei media, mi riferisco specialmente a Reuters o New York Times…

BS: Ti riferisci ad esempio al ragazzo che "prima era morto e che poi non era più morto"?

KP: Si anche.

BS: Non c’è responsabilità alcuna! Conosco il fotografo, Tyler Hicks, molto bene ed è lui che ha scattato quella foto. Il ragazzo ritratto era un soccorritore che stava lavorando tra i resti di un palazzo quando c’è stato un bombardamento. Mentre tutti stavano scappando lui è caduto e si è ferito, non gravemente ma comunque è caduto. Tyler ha scattato mentre lo stavano rialzando. La foto è stata poi pubblicata sul giornale (cartaceo) con la giusta didascalia. Più tardi un idiota dell’ufficio ha pubblicato sul sito la stessa fotografia con una didascalia sbagliata, che poi è stata corretta il giorno seguente. Tutto questo però è solo un errore di un impiegato dell’ufficio, non è manipolazione, non è niente! I bloggers hanno passato tre mesi a parlare di queste cose ed è la prova che questa gente è veramente stupida. Tutto ciò che vogliono è discreditare i giornalisti.

La fotografia è stata scattata da un fotografo con ottima reputazione, con la giusta didascalia, pubblicata sul giornale con la giusta didascalia; sul sito è finita una didascalia sbagliata per un giorno, è stata corretta. Non è nulla! Va bene, la persona che l’ha pubblicata sul sito ha commesso un errore. Gli errori capitano! Sul serio, non c’è in realtà molto da dire al riguardo.

E poi tutta questa gente dei blog… sono lì a dire "ma l’ora tra le varie fotografie uguali non coincide", ad esempio le foto a Cana di Sharif Karim di Reuters. E’ ridicolo! Per le agenzie come AP e Reuters, l’ora di riferimento è quella in cui la fotografia viene messa sul server! Non quando viene scattata. Puoi avere ottanta fotografi che fotografano Cana e che mandano le foto subito dalla città, e un fotografo di Reuters che ha scattato a Cana un ora prima ma che ritorna a Tiro e ti manda tutte le foto insieme tre ore dopo. Avresti una differenza di quattro ore! In questo caso Reuters sarebbe arrivata prima! Quindi non è un problema di manipolazione. L’ora a cui si riferiscono non è l’ora dello scatto ma di pubblicazione! Questo è molto importante da sapere. Puoi avere dieci fotografi che scattano lo stesso evento a Cana, alcuni mandano le immagini immediatamente dal posto con i telefoni satellitari, altri ritornano a Tiro che sono venti minuti di macchina, vanno in albergo, si connettono con il proprio server e mandano le foto.

Quindi sono tutte stronzate. Questi blogger parlano di cose che non conoscono.

Sì, il ragazzo di Reuters che ha photoshoppato il fumo nella foto è certamente un idiota.

Ci sono fotografi che lavorano per i tabloid inglesi che sono famosi per le immagini in posa, così come i gli arabi lo sono per dire alle persone "fai così, fai colà". Ma anche in questi casi non è che portano i cadaveri dove non ci sono. Questa gente spesso chiede di mostrar loro qualcosa. Certo non è una bella cosa ma anche in questi casi non costruiscono fotografie. E ciò non toglie il fatto che ci sia stato un bombardamento, che ci siano state delle vittime e questo è quello che hai visto. Anche se le fotografie risultano stupide.

Questi bloggers lasciano il loro culo a Chicago o a Tel Aviv e scrivono cose su eventi a cui non hanno partecipato e non conoscono. Certamente qualcuno che è sul posto può sbagliare, è successo anche a me, ad esempio di dover correggere didascalie errate.

E’ una questione di onestà. Magari durante un’azione ti sembra che le cose vadano in un certo modo, ma se poi ti viene il dubbio, ritorni, controlli e correggi. Questo non vuol dire inventarsi le notizie.

KP: Credi che la velocità a cui oggi si è costretti (nel divulgare le notizie) sia un problema?

BS: Si, certamente. Oggi sei quasi costretto a trasmettere le fotografie prima ancora di aver scattato. Per un reportage in Sudan, scatti per tre settimane, poi torni a casa, fai le tue selezioni, scrivi e hai modo di curare la storia.

In casi come le guerre si cerca di scattare quel che si può nella maniera più significativa per avere la foto del giorno. Ma non si può raccontare una storia con una sola immagine. Questa è la mia visione del fotogiornalismo.

 

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