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La scala Richter e la legge di McLurg

Francesca Micheletti, 23 ottobre 2005

fonte: www.washingtonpost.com
titolo dell' articolo: Widespread Devastation
didascalia: Kashmiris reach out for badly needed food and blankets in Muzaffarabad, the capital of Pakistan-administered Kashmir, Tuesday just as humanitarian aid began to trickle into the hard-hit area close to the epicenter of the October 8 quake. In parts of northern Pakistan, India and the disputed region of Kashmir, entire villages were destroyed, leaving millions homeless. Survivors searched through mountains of rubble for food and clean water.
firma: Andrea Bruce - The Washington Post

 


Nel mercato dei quotidiani oggi, è ormai innegabile che l’immagine fotografica in prima pagina è in grado di fare la differenza: la sua funzione va dal catturare l’attenzione del lettore in edicola, fino al sensibilizzarlo su un certo argomento. La prima pagina di un quotidiano è soprattutto una vetrina: essa crea un’agenda dei temi del giorno, un’agenda tanto più accreditata ed influente quanto più si tratta di una testata autorevole. La fotografia, quasi sempre a colori, ha un ruolo di primo piano nell’illustrare, spiegare, e fissare i punti di riferimento visivi della giornata.
Se le prime pagine costituiscono un sistema di rilevamento adatto a valutare la posizione dei media nei confronti di un dato argomento, allora dobbiamo dedurne che i media italiani nei confronti del recente terremoto in Pakistan (magnitudo 7,6 della scala Richter) hanno dimostrato totale indifferenza.
Nemmeno il giorno dopo l’accaduto la catastrofe si è guadagnata l’apertura nei nostri maggiori quotidiani: ha rimediato una “falsa apertura” in Repubblica, un taglio medio nel Corriere, appena una foto-notizia con didascalia sulla Stampa.

 

I primi piani

Si tratta esclusivamente di fotografie d’agenzia (Ap, Afp, Reuters, Ansa), con una preferenza (Corriere e Stampa) per primi piani di bambini. Scelta che il Corriere riprende anche nella photo gallery del proprio sito internet, nella sezione dedicata al Pakistan.
http://www.corriere.it/gallery/Esteri/vuoto.shtml?2005/10_Ottobre/kashmir/2&1

fonte: www.corriere.it
titolo dell' articolo: Emergenza in Pakistan e India
didascalia: Un bambino indiano, ferito alla testa e al volto, guarda verso il campo di Poonch, in India, dove i sopravvissuti sono accampati
firma: Reuters

 

Isolare dal contesto

Da decifrare questa preferenza schiacciante, nella galleria on-line, per i primi piani: isolando il soggetto dal contesto, l’effetto del primo piano è in gran parte giocato sullo sguardo e sulla mimica facciale. Nelle vicende di questi giorni è stata particolarmente utilizzata quella di un bambino indiano (http://www.corriere.it/gallery/Esteri/vuoto.shtml?2005/10_Ottobre/kashmir/2 &) dalla testa fasciata, il cui sguardo si perde alla sinistra dell’osservatore nella foto: essa viene riportata ad esempio dal sito del Corriere e da Avvenire in apertura di prima il 12 ottobre. Titolo: “Già dimenticate le lacrime di Islamabad”. Lo sguardo non esprime fiducia nell’osservatore, è uno sguardo scettico nella sua disperazione che assomiglia a molti altri che riportano la tragedia di questi giorni. Effetto dato anche dall’occhio destro (per l’osservatore) leggermente più grande del sinistro, che creano un effetto di scetticismo, quasi un’espressione sarcastica nel povero bimbo tumefatto. Un’immagine perfetta se usata, come fa Avvenire, in chiave polemica, di denuncia.

fonte: www.corriere.it
titolo dell' articolo: Emergenza in Pakistan e India
didascalia: Una donna piange tutta la sua disperazione durante il funerale dei suoi genitori, sepolti dalle macerie a Srinagar, in India
firma: AP

 

Intanto, all'estero...

Si tratta di immagini che rispecchiano la qualità standard delle agenzie, ma non possono che lasciare insoddisfatto lo spettatore che richiede informazione. Con il loro restringimento su un soggetto o su una scena ristretta, sono infatti scarsamente informative e invece tutte giocate sull’emozione del soggetto, che occupa gran parte dell’inquadratura. Non forniscono una spazializzazione e una temporalizzazione decifrabile, e appaiono scisse dal contesto, senza alcun rapporto con la realtà di riferimento. Lo spettatore perde l’effetto di illusione referenziale che dovrebbe essere proprio della fotografia di informazione, e viene inserito nella modalità di fruizione del ritratto. Il paragone risulta imbarazzante se si consultano i quotidiani e siti stranieri dei giorni successivi alla catastrofe. Colpisce innanzitutto l’incredibile qualità delle immagini riportate ogni giorno in prima dal Washington Post: dei veri quadri dell’Apocalisse, realizzati dalla fotografa di staff Andrea Bruce Woodhall, la cui galleria completa è riportata sul sito del quotidiano [http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/gallery/2005/10/13/GA2005101302257_movie.htm]
I soggetti sono valorizzati da un’impaginazione che punta su immagini di ampie dimensioni e dalla collocazione centrale, che le porta a dominare lo spazio della prima pagina. Esse occupano in genere buona parte di apertura e taglio medio, posizione centrata.
Una scelta seguita da molti quotidiani americani, in testa il New York Times, il cui sito fa concorrenza a quello di Washington Post. Per citare qualche esempio, si osservino il Los Angeles Times e il Seattle Times.

 


Le foto del Washington Post mirano ad altri effetti di senso rispetto a quelle italiane. Riportano scene di massa, grandi paesaggi, e si caratterizzano per la sensazione di ampiezza che trasmettono. Oltre che a fornire allo spettatore dei riferimenti spazio temporali più dettagliati, comprendendo, oltre al soggetto, anche un grande sfondo che rende l’idea del contesto in cui le persone si sono ritrovate. Immensi spazi vuoti (come il 13 ottobre, Washington Post ), cui fanno da contrappunto gli uomini piccoli piccoli: un contrasto che coglie appieno il senso della notizia, tematizzando perfettamente la piccolezza dell’uomo nei confronti di un’immane catastrofe naturale.

firma: Andrea Bruce - The Washington Post

 


Oppure scene di massa, ancora una volta con un effetto ben preciso, quello numerico: rendere l’idea dell’immenso numero di vittime. Altro aspetto saliente della notizia, da tematizzare nell’immagine.

fonte: www.cnn.com
didascalia: Kashmiris reach out for badly needed food and blankets in Muzaffarabad, the capital of Pakistan-administered Kashmir, Tuesday just as humanitarian aid began to trickle into the hard-hit area close to the epicenter of the October 8 quake. In parts of northern Pakistan, India and the disputed region of Kashmir, entire villages were destroyed, leaving millions homeless. Survivors searched through mountains of rubble for food and clean water.
firma: AP

 


Tra i cliché più usati, quello della folla con le mani tese a ricevere scorte alimentari, ripresa dall’alto.
http://www.cnn.com/2005/WORLD/asiapcf/10/16/quake.asia/index.html

fonte: www.nytimes.com
didascalia: Residents were trapped after a housing complex collapsed in Islamabad
firma: B.K.Bangash/Associated Press

 


Molto significative anche le immagini che mostrano corpi a metà dissepolti, come quella riportata nella photo gallery del sito del New York Times (http://www.nytimes.com/slideshow/2005/10/08/international/asia/20051008_EARTHQUAKE_ASIA_SLIDESHOW_3.html ) e utilizzata da molti quotidiani di tutto il mondo: nel contrasto coperto/scoperto è racchiusa tutta l’angoscia del soffocamento, di quelle persone che non sono morte per la scossa ma perché rimaste sepolte vive troppo a lungo.

 


In sostanza i quotidiani italiani scelgono fotografie poco informative e molto emotive, quasi strappalacrime. Perché? Le motivazioni potrebbero essere cercate nella disponibilità: i nostri quotidiani non hanno inviato fotografi di staff come ha invece ritenuto opportuno fare Washington Post né hanno contrattualizzato in esclusiva fotoreporter di agenzie piccole e coraggiose, come ha invece fatto il New York Times (Kate Brooks/Polaris, for The New York Times, James Pomerantz/World Picture News, for The New York Times), e hanno, come sempre, preferito accontentarsi delle agenzie, i cui lavori migliori potrebbero esser stati proprio i primi piani, per un insieme di ragioni. Oppure per una non meglio precisata vocazione umanitaria in cui possono essersi calati i quotidiani, che hanno seguito l’automatismo del “commuovere per raccogliere fondi”, come se fossero Organizzazioni di soccorso. Sembra quasi che in confronto ai media americani, che hanno voluto insistere sulla categoria numero/quantità, quelli italiani abbiano riportato il cataclisma come una serie di drammi individuali. Il primo piano non rende certo l’idea delle dimensioni di massa della catastrofe. I bambini isolati tematizzano l’unicità, la solitudine, l’individuo. Che è quanto di più lontano ci sia dal senso di questa notizia, che è invece tale per le proporzioni gigantesche del fatto. Anche se va ricordato come il raccontare le grandi tragedie anche attraverso le esperienze dei singoli possa essere un mezzo efficace per comunicare proprio i drammi umani di vaste proporzioni.

 


Un elemento che ha decisamente sancito la differenza tra quotidiani italiani ed esteri in questo caso è stata la permanenza in prima pagina dell'argomento terremoto. Dalle prime pagine di Corriere e Stampa il Pakistan sparisce già (fotograficamente) il 10 ottobre, soppiantato da vignette, sport, e ovviamente dalla politica. Il volto di Berlusconi campeggia ovunque nei giorni della discussione/approvazione della riforma elettorale, accompagnato dagli altri protagonisti del teatrino. Repubblica mantiene un quadratino in taglio basso (il giorno 10).

 


L’11 il Pakistan è messo a dura prova dallo scoop sul ricovero per overdose di Lapo Elkann: il quotidiano di casa Fiat tenta di bilanciare la piccante notizia spalmando in spalla un’immagine di Pakistan che si sviluppa in lunghezza (sempre un primo piano, di ragazzo con in spalla il fratello). Gli altri quotidiani non hanno problemi di etichetta: il Corriere non esita a riportare la figura intera di Lapo al centro pagina, relegando il Pakistan in taglio medio-basso. Mentre l’argomento slitta decisamente alle pagine interne per Repubblica, che non lo degna nemmeno di un richiamo in prima.

 


Il 12 i quotidiani italiani decidono che le foto del Pakistan hanno definitivamente esaurito il loro impatto sugli scaffali dell’edicola: nessuna fotografia su Corriere, Stampa e Repubblica. Spadroneggia la riforma elettorale, con le consuete immagini di scenette dall’aula parlamentare.
Unica eccezione nel panorama nostrano pare essere Avvenire, che per vocazione missionaria/rivendicazione del primato cattolico nelle operazioni umanitarie si auto-colloca vicino agli ultimi, e ancora il 15 ottobre non smette di mostrare il Pakistan in prima pagina, anche se a dimensioni progressivamente ridotte. Estendendo così di ben cinque giorni il termine adottato dai quotidiani di casa nostra.
Sul Washington Post e sul New York Times, il 14 ottobre il terremoto è ancora argomento da foto notizia in grande evidenza in prima pagina.

 

La legge di McLurg

E’ ormai chiaro che il terremoto non è riuscito a muovere l’interesse dei grandi quotidiani nel nostro Paese. E di conseguenza quello della gran parte dei lettori. Resta da chiedersi il perché. Questioni esclusivamente di budget e di staff fotografico? O piuttosto l'applicazione rigorosa della “legge di McLurg”, (http://en.wikipedia.org/wiki/McLurg's_Law ) secondo la quale l’importanza degli eventi diminuisce in maniera proporzionale alla loro distanza dal luogo in cui si trova l'organo di informazione su cui vengono pubblicati. Legge che comunque ammette un’eccezione nel caso in cui nell’evento siano coinvolti cittadini del primo mondo (come puntualmente si è verificato in occasione dello Tsunami dello scorso anno, e come, pateticamente, viene esemplificato nel nostro caso dal dolomitico Corriere delle Alpi).

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