Alice nelle cittą (Alice in den Stadten, Rft 1973, b/n)
di Wim Wenders; con Rudiger Vogler, Yella Rottlender, Lisa Kreuzer.
Blade Runner (Usa 1982)
di Ridley Scott; con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Eduard James Olmos, Daryl Hannah, Joe Turkel, Joanna Cassidy.
Fotografie: inserti di memoria.
Blow-up (Italia/Gran Bretagna, 1966)
di Michelangelo Antonioni; con David Hemmings, Vanessa Redgrave
Calendar Girls ( (GB 2003))
di Nigel Cole con
tratto da una storia vera: un gruppo di donne di mezza età posa nudo per un calendario per beneficenza, dopo la morte, per leucemia, del marito di una di loro." splendide fotografie, se non altro più divertenti di quelle da cui svettano i nani e le ballerine da cui siamo sommersi ad ogni fine anno"
Dentro la notizia (Broadcast News, Usa 1987)
di James L.Brooks; con William Hurt, Holly Hunter
Etica nel giornalismo televisivo: ogni giorno spostano il confine più in là.
Flags of our Fathers (Flags of our Fathers, USA, 2006; 132 min)
di Clint Eastwood; con Ryan Philippe (John Doc Bradley); Jasse Bradford (Rene Gagnon); Adam Beach (Ira Haynes)
La famosa foto scattata dal fotografo dall’Associated Press Joe Rosenthal a Iwo Jima nel febbraio del 1945 è il pretesto per raccontare la vita di tre soldati americani, due marines e un infermiere di marina, che parteciparono alla battaglia e issarono la bandiera diventata un simbolo per il corpo dei marines e il modello per una enorme statua in bronzo al Memoriale del corpo di Arlington.
Nel bellissimo film di Eastwood, dolente e antieroico ritratto della guerra e della vita, in cui il dolore e gli sconfitti sono, come in tutti i suoi ultimi film, i veri protagonisti della vicenda, si parla molto di quella fotografia e, più in generale, si ragiona di fotografia, dei limiti e delle potenzialità del mezzo e del linguaggio: “Sono state fatte un sacco di altre foto quel giorno ma nessuna che interessasse a qualcuno.[…] Ma in qualche modo dobbiamo farcene una ragione e per fare questo occorre che la verità sia resa semplice e con pochissime parole. E se riesci a scattare una foto così... la foto giusta può farti vincere o perdere una guerra”.
In Vietnam, continua Rosenthal intervistato da James Bradley figlio di uno dei protagonisti e voce narrante, la foto di Eddie Adams in cui un soldato sud-vietnamita spara alla testa di un prigioniero nord-vietnamita è diventata l’immagine di una guerra sbagliata e ormai perduta. A Iwo Jima invece la foto per la vittoria e per la fondamentale raccolta fondi era stata trovata. Ma la realtà è sempre meno facile della sua trasposizione fotografica e Eastwood descrive bene da un lato la forza per evidenza e capacità evocativa delle immagini e dall’altro la stupida univocità a cui possono essere piegate. Se una foto può far vincere una guerra, isolata da contesto non può raccontarne la complessità e lo stesso non può fare con la vita delle persone. In quella foto i personaggi risultano figure eroiche, anche se la vita reale sarebbe stata diversa: Ira Haynes, indiano (americano) di origine, non avrebbe mai trovato pace e non avrebbe mai raggiunto una piena integrazione nella società statunitense, Rene Gagnon lavorò come semplice custode tutta la vita, vedendosi infrangere i sogni di celebrità e ricchezza che gli erano stati promessi nei giorni della raccolta fondi, John Bradley lavorò nella società di pompe funebri di famiglia rifiutando qualsiasi commemorazione e onorificenza, non dimenticando mai l’orrore della guerra.
La foto non fu posata, ma il primo alzabandiera non ebbe la fortuna di un’immagine evocativa, mentre il secondo, ordinato a distanza di poche ore per soddisfare il capriccio di un ufficiale, trovò Joe Rosenthal a renderlo eterno: perché due furono le bandiere issate sulla cima del monte Suribachi, da lì la confusione sulle persone effettivamente ritratte e su chi piantò la bandiera.
La foto fu scattata il quinto giorno di una sanguinosa battaglia che ne durò 36 e che avrebbe provocato migliaia di morti (sul fronte giapponese se ne contarono più di 20.000 con solo 216 prigionieri sui 21.000 combattenti, mentre tra i 110.000 alleati i caduti furono 6825 e i feriti oltre 20.000), tanto che quando venne pubblicata tre dei sei marines ritratti erano già morti.
Il direttore politico del tour di raccolta fondi è incredulo quando scopre la vicenda delle due bandiere e così si rivolge ai soldati e al colonnello Johnson cui i tre sono affidati: ”L’altra bandiera? Quella vera? C’è un’altra bandiera? Perché nessuno me lo aveva detto? Lei lo sapeva? Ma già perché dirlo a me? Sono solo quello che dovrà spiegarlo a 150 milioni di americani! Chi c’è in questa cazzo di foto, qualcuno di voi c’è in questa cazzo di foto? […] Questa è la foto e questa è la storia che ci vendiamo. […] La gente va pazza per questa foto, non so perché, io la trovo brutta, non si vedono nemmeno le facce. Ma la gente la chiede agli angoli della strada, vuole darci quei soldi, anzi vuole darli a voi. Ma voi non li volete, voi volete spiegargli chi c’è davvero in questa foto. Diciamo che ci siamo sbagliati e non si parlerà d’altro in tutto il paese”.
“Flags of our Fathers” è il commento e la contestualizzazione di quel famoso singolo scatto.
Federico Della Bella
Fur: un ritratto immaginario di Diane Arbus (Fur: An Imaginary Portrait of Diane Arbus; USA, 2006; 122 min; colore)
di Steven Shainberg; con Nicole Kidman (Diane Arbus); Robert Downey Junior (Lionel Sweeney); Ty Burrel (Allan Arbus)
Non è una biografia, piuttosto un sogno, una fiaba sullo stupore di guardare e sulla ricerca dell’insolito e del diverso fino al mostruoso, reso innocuo proprio dalla registrazione fotografica. Difficile dire quanta Diane Arbus ci sia in questo ritratto di Steven Shainberg, liberamente ispirato al libro di Patricia Bosworth, ma non era biografica l’intenzione dell’autore.
Di Diane sicuramente è colta l’attrazione (insana?) per il mondo anti-glamour dei freak, dei mostri, dei nudisti, dei travestiti. Il film descrive la maturazione di Diane Arbus, quando, abbandonato il ruolo ancillare di assistente, diventa autrice in prima persona scoprendo attraverso Lionel, un vicino di casa affetto da ipertricosi, una realtà molto diversa da quella patinata, rassicurante e fondamentalmente falsa ritratta dal marito fotografo di moda.
Lisette Model, insegnante di Diane Arbus negli anni di apprendistato, non è menzionata nel film, svincolando la poetica di Arbus da qualsiasi riferimento culturale e artistico razionalmente e consapevolmente scelto e realizzando così il perfetto ritratto del puro artista per cui vita e arte si somigliano fino a confondersi. La fotografia come pura biografia, in questo caso auto-biografia, è un luogo comune molto diffuso. L’opera di Arbus è stata ritenuta per anni controversa e non sembra che fosse poi così amica dei freak che ritraeva, per i quali provava rispetto, mai una compassione limitata comunque dalle differenze culturali e sociali: in fin dei conti Arbus era pur sempre una wasp dell’upper class newyorkese.
Ma senza indagarne troppo la biografia, si potevano guardare le foto che Arbus ha scattato e su quelle costruire la storia. Riportarne sullo schermo lo stile freddo e impietoso dei ritratti e la visione diretta di tipo documentario sarebbe potuto essere uno degli obiettivi del regista. Accomunata a Sander per il tipo di indagine sociale e per la posa dei soggetti e legata per sempre a Lewis Hine da “Istituzione mentale”, una foto da questi scattata in New Jersey nel 1924, Diane Arbus è stata consacrata dalla mostra “New documents”, allestita dal Moma nel 1967, in cui vennero presentati insieme ai suoi lavori anche quelli di Lee Friedlander e Garry Winogrand. La sua fama è ulteriormente cresciuta dopo la morte, avvenuta nel 1971 per suicidio, episodio a cui indirettamente il film allude.
Due strade avrebbe potuto percorrere il regista: documentare la reale vita di Diane Arbus e l’America degli anni 50 e 60, oppure farsi guidare dalle immagini e con quelle costruire un ritratto di Arbus coerente nella forma e nella trama; come fatto da Todd Haynes regista di “Io non sono qui”, un ritratto immaginario e riuscito, di Bob Dylan e della sua musica. Questa vita di Diane Arbus, in cui il tema dei freak è mischiato con qualche notizia biografica, non descrive né la complessità dell’opera, né il contesto culturale e storico in cui si è sviluppata, non risultando neppure una credibile biografia.
Federico Della Bella
I ponti di Madison County (The Bridges of Madison County USA 1995 135 minuti)
di Clint Eastwood; con Clint Eastwood (Robert Kinkaid); Meryl Streep (Francesca Johnson)
Nel 1965 il fotografo del National Geographic Robert Kinkaid è nell’Iowa per fotografare il Rosamunde Bridge e gli altri ponti coperti della contea di Madison. Lì incontra Francesca Johnson, casalinga quasi disperata, eccezionalmente sola per qualche giorno: i due figli adolescenti e il marito, un farmer ordinario e di buon cuore, sono nell’Illinois per una fiera di bestiame.
Robert e Francesca si innamorano e vivono 4 giorni indimenticabili, ma si saluteranno per sempre prima del ritorno della famiglia di lei. Il racconto del tradimento e di questo amore segreto, lasciato da Francesca come testamento spirituale e inno alla ricerca della felicità, è letto prima con sgomento, poi con partecipazione dai figli perbenisti, che rispetteranno la volontà della madre di essere cremata, spargendo le sue ceneri dal famoso ponte come era stato fatto con quelle del suo amante.
A margine della storia sentimentale si parla della difficoltà, al limite dell’impossibilità, di cambiare: per questo Francesca non segue il fotografo e Robert non le promette un futuro sedentario e tradizionale. Ma viene anche tratteggiato il ritratto di un fotografo, libertario e un po’ solo, in giro per il mondo, diviso tra i doveri della professione e l’impossibilità di essere ‘artista’.
Di indizi fotografici è disseminato tutto il film: le due macchine Nikon con il motore, il cavalletto, gli obiettivi cambiati per riprendere il ponte, l’attesa della luce giusta, le pellicole in frigorifero e una copia di Life sul retro del furgone. Robert Kinkaid è un fotografo che legge Yeats e scrive poesie che nessun editore pubblicherà mai, e che, parole sue, si ‘limita a fare fotografie’.
Si definisce giornalista prima che fotografo, nella professione non gli sono concessi molti voli artistici, perché ‘al National Geographic vogliono delle fotografie a fuoco’. Robert ha una passione travolgente anzitutto per il suo lavoro che trasferisce nel libro dedicato a F. sui 4 giorni di amore in Iowa che gli sconvolsero la vita. Des Moines, chiusa gretta e provinciale, rimane scioccata da Robert, da uno che visita Bari qualche giorno solo perché passandoci col treno gli pare interessante e decide di scendere.
Anni dopo quando il marito muore Francesca lo cerca, ma al National Geographic non lavora più e nessuno sa che fine abbia fatto: le rimangono le lettere, la sua attrezzatura e le fotografie. Una foto della madre da giovane sul ponte Rosamunde scattata da Robert colpisce i figli per bellezza e freschezza, tanto che quasi non la riconoscono.
Federico Della Bella
I tre giorni del condor (Three Days of the Condor, Usa 1975)
di Sydney Pollack; con Robert Redford, Faye Dunaway.
Il cavaliere elettrico (The Electric Horseman, Usa 1979)
di Sydney Pollack; con Robert Redford, Jane Fonda.