Fotografia & Informazione
ven 08 agosto 2008
Become a Photojournalist

da: DETOURS, di Raymond Depardon (15/02 2004)

"Incontrai una persona che é stato molto importante per me: Monsieur Bolle. Credo di non aver mai saputo il suo nome. Era un signore di una certa età, alto, magro, silenzioso. Era sempre vestito di nero e portava degli occhiali di un'altra epoca.
Si occupava dei quotidiani di provincia, sceglieva dei piccoli formati 13x18 tra i reportage destinati ai grandi magazine. A quel tempo c'erano molti quotidiani di provincia. Il suo ufficio era nella grande stanza dei fotografi dell' agenzia Dalmas, si doveva attraversare le tipografie, salire al quinto piano e seguire il labirinto dei corridoi.
Erano gli anziani locali del quotidiano "Le Temps" antenato del "Le Monde".
Monsieur Bolle era un personaggio molto diverso dal personale dell'agenzia e sopratutto dai fotografi.
Questi ultimi erano sia figli della grande borghesia che avevano rotto con le loro famiglie sia dei giovani di origini modeste, arrivati al reportage dopo esser passati per ogni genere di lavoro. Alcuni tra loro avevano lavorato già nella stampa rosa. Erano dei duri!! Gli altri, dei veri romantici che giravano in macchine sportive decapottabili, erano sempre in viaggio, vivevano nei grandi alberghi, non pensavano che a vestirsi dai buoni sarti de la Rue Marbeuf. Rolex, Clarks, Burburrys, Leica....erano dei privilegiati. Molto diversi dai fotografi di oggi. Erano dei veri "furfantelli" i fotografi dell'agenzia Dalmas erano capaci di cose che sicuramente oggi disapproveremmo. I giornali dell'epoca non erano non più gli stessi di oggi. Volevano molta "nera" e aneddoti sulla vita privata. I fotografi avevano una loro morale e una loro etica. Se certi erano dei veri principi, che mai scivolavano nell'errore e nel cattivo gusto e sempre di una grande cortesia ed eleganza nei rapporti umani, altri erano più duri con la gente, come con se stessi. Quelli avevano sofferto per riuscire. Avevano fatto enormi sacrifici per riuscire e non sempre avevano riempito la loro pancia come averebbero voluto. Prendevano quindi una rivincita sulle istituzioni, sulla borghesia, sulla stupidità...li capisco anche se non li difendo.
Anche io apparterrò sempre alla stessa famiglia, la seconda, e so che anche se il loro modo di agire può far gridare all'ingiustizia possiede una sua morale.
Regnava una maledetta atmosfera in quella sala dei fotografi!
Ho visto delle macchine da scrivere partire dalla finestra, delle starlettespogliarsi sulla grande tavola centrale,....tutto poteva succedere!
Monsieur Bolle rimaneva sempre imperturbabile nel suo angolo.
I fotografi dello staff erano stipendiati, erano un pò come delle star, non lavoravano mai per Monsieur Bolle. Io, timidamente, in silenzio, ho cominciato ad ascoltarlo e a fare dei piccoli soggetti che non avevano molta possibilità di vendere ma che servivano a Monsieur Bolle: premi letterari, saloni dell'agricoltura, inaugurazioni di autostrade ed anche qualche prima di cinema e teatro.
Avevo un pretesto per venire in agenzia e per restare un pò nella sala fotografi. Alcuni di loro erano gentili con me, altri più duri. Mi ricordo di un 14 luglio quando alcuni miei provini erano stati strappati affinché il redattore capo non li vedesse.. Non si entrava così semplicemente nella sala fotografi...bisognava farsi adottare e l'esame di passaggio era una vera prova, a volte un'umiliazione.
Era una sorta di club, e per essere membri, bisognava realizzare un exploit. Ho visto dei giovani fotografi farsi espellere definitivamente. Non avevano più il diritto di passare la soglia della porta ed il loro avvenire in quell'agenzia era compromesso per sempre. Lo stesso Lucien Dalmas(padrone dell'omonima) tentennava ad entrare, tutto si bloccava quando si entrava nella sala, era il luogo riservato ai fotografi, questi ultimi formavano, all'interno dell'agenzia una vera casta. Solo Monsieur Bolle poteva restare lì.
Ho molto imparato in questa sala. Delle tecniche, delle storie di focali....ma ho imparato anche a sopravvivere in ogni circostanza, a non cedere mai alla facilità ed allo scoraggiamento, a mantenere un'atteggiamento forte anche quando tutto va male.
Questa ricerca del Graal che consisteva nel cercare senza soste una buona fotografia ed a rifiutare i luoghi comuni.
Siccome la fotografia é effimera, i fotografi sono "naturalmente" inquieti .
Sopratutto i reporter. Hanno diritto alla paura, come l'attore prima di entrare in scena.

Estratto da DETOURS Raymond Depardon
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da: I sotterranei del Majestic, di Georges Simenon

(...) "«Ricca americana strangolata nei sotterranei del Majestic».
Il titolo campeggiava nella prima pagina di un giornale della sera precedente. Per i giornalisti, beninteso, un'americana non può che essere ricca. Ma a far sorridere Maigret fu soprattutto la fotografia in cui figurava lui stesso, con cappotto, bombetta e pipa fra i denti, chino su qualche cosa che non si vedeva.
«Il commissario Maigret esamina la vittima».
In realtà quella foto era stata scattata un anno prima al Bois de Boulogne, mentre esaminava un cadavere di un russo ucciso da un colpo di pistola." (...)
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da: Il giro di boa, di Andrea Camilleri (Palermo 2003)

Addrumò lo stisso la televisione sintonizzandosi su «Televigàta».
La prima cosa che dissero fu che mentre centocinquanta extracomunitari venivano fatti sbarcare a Vigàta, era capitata una tragedia a Scroglitti, nella parte orientale dell'isola. Lì c'era malo tempo e un barcone accalcato di aspiranti immigranti era andato a sbattere sugli scogli. Quindici i corpi al momento recuperati. «Ma il bilancio delle vittime è destinato a salire» disse un giornalista usando una frase, ahimè, fatta.
Intanto si vedevano immagini di corpi annegati, di vrazza che pinnuliavano inerti, di teste arrovesciate narrè, di picciriddi avvolti in inutili coperte che non avrebbero più potuto dare calore alla morte, di volti stravolti di soccorritori, di corse convulse verso ambulanze, di un parrino inginocchiato che pregava. Sconvolgimenti. Sì, ma sconvolgimenti per chi? - spiò il commissario. A forza di vederle, quelle immagini così diverse e così simili, lentamente ci si abituava. Uno le taliava, diceva «povirazzi» e continuava a mangiarsi gli spaghetti con le vongole.
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da: L'Ulisse, di James Joyce

(...) "Un settimanale si regge sulle inserzioni pubblicitarie e sulle rubriche accessorie e non sulle notizie stantie della gazzetta ufficiale. La Regina Anna è morta. Pubblicato con l'autorizzazione delle autorità l'anno mille. Tenuta sita nel circondario di Rosenallis, Baronia di Tinnachinch. A tutti gli interessati, statistica conforme alle disposizioni di legge relativa al numero di mule e cavalline esportate da Ballina. Taccuino della natura. Vignette umoristiche. Pat e Bull, a puntate settimanali di Phil Blackes. La pagina di zio Tobia per i più piccini. La piccola posta dei campagnoli. Egregio signor Direttore, qual'è un buon rimedio contro la flatulenza? Mi piacerebbe quel lavoro lì. Imparare un sacco di cose insegnando agli altri. La nota personale di S.T.F. Soprattutto tante fotografie. Bagnanti formose su spiagge dorate. Il più grande pallone del mondo. Celebrato il doppio matrimonio fra due sorelle. I due sposi che si ridono in faccia di cuore." (...)
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da: La prima guerra del football, di R. Kapuscinsky

In redazione mi vedevano aggirarmi per i corridoi come un'anima in pena.
In linea di massima é normale che un corrispondente di ritorno da una missione resti per qualche tempo senza un posto e un'occupazione precisi e faccia da quinta ruota del carro di questa nostra sacrificata e laboriosa famiglia. Ma il mio comportamento da outsider la mia perdurante disoccupazione superavano ormai largamente i limiti tollerabili. Hoffman decise di sistemarmi.
Ebbe così luogo il tentativo, l'ennesimo ormai nella mia vita, di piazzarmi dietro una scrivania. Il capo mi accompagnò in un ufficio provvisto di scrivania e dattilografa e mi disse che avrei lavorato lì. Fotografai rapidamente la situazione: la dattilografa simpatica, la scrivania orrenda. Era una di quelle scrivaniette-trappole-da-topi che infestavano a migliaia i nostri uffici supergremiti di roba vecchia. Chi vi sta seduto sembra più un invalido con il busto ortopedico che un lavoratore responsabile intento ad un compito di rilievo. Non può alzarsi di colpo e stringere la mano ad un visitatore occasionale: prima deve scostare delicatamente la seggiola e drizzarsi con cautela, prestando più attenzione alla scrivania che all'ospite,visto che al minimo urto quella creatura dalle gambe rachitiche rischia di crollare fragorosamente.
La serietà di un ufficio finisce nel ridicolo quando, invece che un funzionario troneggiante dietro a una monumentale scrivania intagliata, il visitatore vede un essere rattrappito e prigioniero di una trappola fatta in serie. Non sopporto le scrivanie ! Non ne ho mai posseduta una e non ho mai preso parte a una di quelle riunioni dove le gente si salta alla gola e si prende per i capelli pur continuando a dividere la stessa scrivania. I mobili in genere mi dicono poco, il mio ideale è la casa giapponese dove ci sono solo le pareti, il soffitto, il pavimento e un ikebana. I mobili separano le persone ci si nasconde dentro come fanno gli uccelli nel cavo degli alberi.
Quando mi mostrano un consunto mobile antico snocciolante con compunzione epoca e stile, non riesco a provare la minima emozione o il minimo interesse.
Naturalmente capisco l'utilità dei mobili, la loro goffa ma meritoria missione al servizio dell'uomo; ma questa mia tolleranza si estende a tutti i mobili meno che alle scrivanie, contro le quali combatto una tacita guerra. La scrivania infatti è un mobile specifico, dalle caratteristiche particolari. Ammesso che i mobili siano al servizio dell'uomo e quasi loro schiavi, in questo caso la situazione si capovolge: l'uomo diventa strumento e schiavo della scrivania.
Molti pensatori si preoccupano dell'imminente burocratizzazione del mondo e vedono la burocrazia come una minaccia per la nostra società, ma dimenticano che i burocrati sono minacciati a loro volta dalle scrivanie. Dopo che è stato piazzato dietro una scrivania, il burocrate non sa più staccarsene. La perdita della scrivania, rappresenta per lui la catastrofe esistenziale, il disastro, la caduta nell'abisso. Pensiamo a quanti si sono suicidati alla scrivania, a quanti sono stati portati dalla scrivania all'ospedale psichiatrico, a quanti hanno avuto un attacco di cuore alla scrivania.
Chi siede dietro una scrivania cambia il proprio modo di pensare, la propria scala di valori, divide il mondo in chi ha la scrivania e chi no, in chi ha una scrivania importante e chi meno. La sua vita sarà un passare da una scrivania piccola a una più grande, da una bassa a una alta da una stretta ad una larga. Seduto dietro la scrivania comincerà a parlare un'altra lingua, che ieri non sapeva e che oggi sa. Per colpa di una scrivania ho perso molti amici. Si tratta di amici veramente cari, ma non so quale demone sonnecchia nell'uomo e, una volta sistemato dietro una scrivania, lo faccia parlare diversamente. So solo che il nostro rapporto simmetrico e fraterno era sparito, che tra noi si era creata un'imbarazzante asimmetria, una divisione in superiore e inferiore, un clima gerarchico dove ci sentivamo a disagio ma che non c'era modo di eliminare: tutta colpa della scrivania che li aveva presi tra le grinfie. Dopo qualche tentativo gettavo la spugna, smettevo di telefonargli e di incontrarli, penso che ci sentissimo entrambi sollevati. Ormai appena vedo che qualcuno dei miei amici comincia a ottenere scrivanie sempre più importanti, so di averlo perso e lo sfuggo per risparmiare la stonatura che accompagna il passaggio tra la simmetria e l'asimmetria.
A volte l'uomo alla scrivania si alza e viene a chiaccherare con noi all'altro capo dello studio, in poltrona o attorno a un tavolo rotondo. Si rende conto che una chiaccherata tra due persone divise da una scrivania assomiglia fatalmente al colloquio tra un sergente nella torretta del carro armato e una recluta inerme e impaurita, sull'attenti davanti alla bocca del cannone.
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da: La vita agra, di Luciano Bianciardi

Più che abitare, diciamo che dividevo una camera mobiliata al terzo piano del numero otto con un fotografo che si chiamava per l'appunto Carlone. Al suo paese, mi spiegò, oltre che studente di liceo, era trequarti nella squadra di rugby, e io potevo credergli anche soltanto a guardarlo, perché era massiccio e falsamente alto (ci sono tipi così, come ci sono i falsi gobbi, mettiamo, o i falsi nani, cioè i gobbi dritti e i nani lunghi). Carlone misurava un metro e ottanta, non lo nego, ma non per questo era un uomo alto davvero, un uomo come me: era lungo e greve di tronco, insomma, ma corto di gambe e basso di sedere, proprio come si conviene, del resto, a un giocatore di rugby, che deve offrire il minor appiglio possibile al placcaggio avversario. Forse è per questo che non portava mai i calzoni del pigiama (la misura della giacca non poteva combinare con la lunghezza dei calzoni, infatti) e coricandosi mostrava, proprio sull'osso sacro, un ciuffetto di peli, come un residuo di coda.
Siccome al liceo andava bene in italiano, era venuto su con l'idea di farsi giornalista, ma poi qualcuno gli consigliò, proprio per via della sua mole e della pratica nel gioco del rugby, di scegliere invece il fotoreportaggio, un mestiere che richiede buone spalle, se vuoi farti largo nella calca e scattare il flash al momento buono. Carlone aveva accettato, e adesso lo vedevo, rincasando, steso sul letto a sfogliare vecchi numeri di Life: così, diceva, per trovare un'idea, uno spunto. Qualche volta, se non avevo voglia di salire in biblioteca per le mie ricerche, lo accompagnavo fino alla Mondialpicts, l'agenzia fotografica dove lavorava insiemé ad artri due ragazzi, alloggiati nella camera accanto alla nostra, Mario e Ugo. Alla Mondialpicts comandava un ragioniere con gli occhiali, basso e tondo, che si tratteneva il cinquanta per cento su tutto il fatturato, e in cambio dava a nolo le macchine e i rotolini, anticipava le spese e prestava la camera oscura per lo sviluppo. Nient'altro: i servizi ciascun fotografo doveva cercarseli da sé, girando per le redazioni, inventarli, con la speranza che poi qualcuno li comprasse. E il ragioniere tratteneva il suo cinquanta per cento più le spese. Idee Carlone ne aveva: ogni tanto pigliava il treno, diretto a Genova, a Venezia, oppure alla campagna romagnola, come quando mi spiegò che aveva in mente di abbinare, con una gita sola, due servizi: sul pugile Cavicchi e sul paesaggio pascoliano.
Rientrava dopo un paio di giorni con la faccia stanca, perché le notti le passava alla sala d'aspetto della stazione, per risparmiare. Lo vedevo crollare sul letto greve, massiccio e ansante come un bufalo. Rincasavano anche Ugo e Mario, e li sentivo litigare, come al solito. Fui io, mi ricordo, a spiegargli come comportarsi, per un servizio sui giurisdavidlci e sul santo Davide: gli detti anche una lettera per il Dieciné e una per il Tommencioni. Ma poi, dall'altra parete, giungeva un rumor di tosse secca e insistente; al solito, ormai lo sapevo, era Aldezabal, il basco, il pelotaro con la bronchite cronica.
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da: Morte Innaturale, di Patricia Cornwell

(...) Mi collegai ad AOL, America Online e una metallica voce maschile mi informò che c'era della posta non letta. Era corrispondenza relativa a casi dei quali mi ero occupata, processi, riunioni di lavoro, articoli di giornale, e un messaggio di cui non riconobbi il mittente, che si firmava con l'inquietante nome di deadoc. Quando aprii la sua e-mail, lessi soltanto una parola: dieci.
Al messaggio era accluso un file grafico che caricai sul mio computer. Sullo schermo cominciò a materializzarsi, una striscia di pixel dopo l'altra, un'immagine. Mi resi conto che stavo osservando una foto di una parete color stucco e l'estremità di un tavolo coperto da una tovaglia azzurra con delle macchie rosso scuro. Poi apparve sullo schermo una ferita rossastra, frastagliata e aperta, seguita da altre macchie che si trasformarono in monconi sanguinolenti e capezzoli. (...)
Scoraggiata, mi misi a sedere sul letto, mi sitemai i cuscini e quasi senza accorgemene mi appisolai. Quando, un'ora dopo, riaprii gli occhi, mi trovai in una chat room chiamata ARTLOVE e sullo schermo c'era un messaggio per me. Deadoc mi aveva ripescato.
DEADOC: una foto vale mille parole.
Con mani tremanti premetti dei tasti per vedere se era ancora collegato e lo trovai raggomitolato nel cyberspazio, in attesa. Digitai la risposta. (...)
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da: Piccola posta, di Adriano Sofri

(...) "Caro Giuliano, vedo ormai inaugurata una nuova bischerata che smentirò tenacemente quanto vanamente lungo i prossimi anni. Io sono titolare della più piccola e spoglia cella della sezione penale. (...) Spesso vengono giornalisti a intervistarmi. Essi non sono autorizzati ad entrare nelle sezioni del carcere, né nelle celle o nei passeggi, come sarebbe senz'altro interessante ed istruttivo. Per ragioni di personale o di sicurezza o di altro genere, questi incontri si svolgono in una stanza chiamata Sala conferenze degli agenti. É lì che vengo a volte fotografato o ripreso, seduto su una sedia, con davanti un tavolo, e dietro uno scaffale di libri. Qualche distratta didascalia alla foto ha scritto: «Sofri nella sua cella». Bene, non è vero. Non è la mia cella, infima, benché adatta a me -io vado infatti adattandomi a lei, e godendo dei suoi pregi, i disegni colorati dei bambini che appiccico sugli orrendi stipetti, e soprattutto la meticolosa fila di formichine che vive delle mie briciole - è già piena di carte, che si accatastano senza scaffali. Questo per la smentita: non servirà lo so. (...).
Venerdì 7 marzo 1997

Ci fu un Consiglio supremo delle Agenzie fotografiche mondiali. Fu emanata una fatwah. Ogni fotografo, in qualunque parte del mondo, era tenuto a scovare e fotografare l'infedele D. S. Furono stabilite taglie -le tariffe, le chiamano, nella loro lingua, quei fondamentalisti; L'inseguimento durò undici anni, e si fece sempre più serrato. La fine arrivò nell'agosto del 1997; Linfedele, e un suo compagno recente, un mussulmano, furono trovati e circondati in Sardegna. Fuggirono in aereo, ma non andarono lontano. La notte dopo a Parigi un commando di sette persone in motocicletta, armato di teleobiettivi di lunga gittata, li braccò fin dentro il tunnel, dove il decreto si compì. Dio è grande.
Martedì 2 settembre 1997
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da: Robbe-Grillet: «I miei dispetti a Moretti e Antonioni», di Paolo Mereghetti (Corriere della sera 26 ottobre 2003)

A ottantadue anni Alain Robbe-Grillet non ha perso la voglia di scherzare e di provocare. Sulla letteratura: «La scuola del nouveau roman non è mai esistita, l'ha inventeta un fotografo. Italiano. Mario Dondero. L'Espresso l'aveva mandato a Parigi per fotografare i protagonisti di questo nuovo movimento. Lui si presenta alle Edizioni de Minuit e Jérôm Lindon, il direttore editoriale, cade dalle nuvole: gli autori del nouveau roman quasi non si conoscevano tra di loro. Ma Dondero non può tornare in Italia senza una foto e così Lindon si mette al telefono per raccogliere un po' di gente. Però Beckett se ne deve andare prima che arrivi Butor: così ci sono delle foto col primo e delle foto col secondo. Comunque nel gruppo manca Marguerite Duras ma c'è Mauriac, che col nouveau roman non c'entra niente ma aveva scritto un saggio sulla "aletteratura" e passava di lì...»
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da: Tigerhill, di Yoram Kaniuk

(...) Hadar si precipitò in redazione. Ammon, il redattore capo, sembrava come al solito stanco e nervoso. Altissimo, dinoccolato, chino sulla tastiera più che verso lo schermo, biascicò qualcosa che poteva anche rappresentare un saluto. Hadar gli ficcò le fotografie sotto il naso e solo allora Ammon alzò la testa, le passò in rassegna e ne scelse frettolosamente una, proprio quella che a lei pareva meno adeguata, dalla quale però vide ora prorompere un grido nuovo. Tentò di convincerlo a scegliere la foto che lei preferiva, ma non ci riuscì. Ammon non conosceva la virtù della pazienza, ho un giornale da chiudere, sbottò, sono io che decido, e nessun altro; la foto che ho scelto è adattissima al testo (...)
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