Giornalismo, drag queens e distribuzioni statistiche


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“Credi forse che sia tanto facile trovare un uomo o un cane o un altro essere qualunque molto grande o molto piccolo o, che so io, uno molto veloce o molto lento o molto brutto o molto bello o tutto bianco o tutto nero? Non ti sei mai accorto che in tutte le cose gli estremi sono rari mentre gli aspetti intermedi sono frequenti, anzi numerosi?”
(Platone, Fedone, XXXIX)

I fenomeni in natura, come già gli antichi greci sapevano, possono presentare una notevole variabilità. I matematici e i fisici dei secoli passati hanno cercato di proporre dei modelli che descrivessero quanto più fedelmente possibile questa mutevolezza. Un concetto che si è diffuso e poi affermato in tutti i campi delle scienze moderne, da quelle biologiche a quelle fisiche, da quelle astronomiche a quelle sociali, è quello di “distribuzione statistica”. L’idea, cioè, che una popolazione, un insieme di fenomeni, un gruppo di elementi, hanno al loro interno delle caratteristiche che variano secondo leggi descrivibili statisticamente e secondo andamenti validi se considerati su un numero sufficientemente ampio di elementi. All’interno poi di ogni distribuzione statistica si possono osservare caratteristiche o elementi che si presentano con maggiore frequenza e altri invece che sono poco frequenti o, addirittura, rari. Questo sostiene con lucidità Platone nel “Fedone”.
Questo impara uno studente di qualsiasi corso universitario di statistica, anche tra i più elementari, anche tra i più “divulgativi”.
Questo viceversa impara presto a dimenticare (o addirittura ne ignora del tutto l’esistenza) ogni giornalista, fin dal primo giorno di praticantato da cronista o da redattore. A partire dall’adagio che vuole che faccia notizia soltanto “l’uomo che morde il cane”, e mai l’opposto. L’eccezione è notiziabile, la media statistica non merita attenzione alcuna.
Se spostiamo il discorso, per nostra competenza, sul versante delle immagini, il discorso non cambia. Le immagini giornalistiche devono essere “forti”, devono “stupire”, devono “cogliere alla sprovvista” il lettore, devono “essere inusuali”, “straordinarie”. Così ci insegna la teoria che si legge sui manuali di fotogiornalismo, così prevede la pratica, così ci conferma l’osservazione di ciò che si pubblica e la consuetudine editoriale diffusa a livello mondiale.
Se si parla di una manifestazione di gay, le foto coglieranno gli aspetti più folkloristici (le “drag queens” con le piume di struzzo, i parrucconi biondi e i glutei all’aria, per capirci); se il tema è un corteo di protesta contro la politica estera di Israele, di fronte al comportamento pacifico di centomila manifestanti si fotograferanno (e i giornali pubblicheranno, e i politici commenteranno) solo le foto dei soliti quattro, o fossero pure dieci, scalmanati che danno fuoco alla bandiera israeliana. Gli esempi che si potrebbero portare sono numerosi.
Ne ho scelto uno meno noto, a livello di casistica, ma non per questo meno rilevante. I giornali e le agenzie di stampa, con in testa l’ANSA, hanno pubblicato, a partire dal 23 aprile scorso, notizie relative alla siccità, all’abbassamento del livello dei fiumi e alla necessità di razionalizzare l’uso delle risorse idriche. Le immagini che hanno accompagnato queste notizie erano principalmente foto di varie zone del Po, da Pavia a Piacenza, da Cremona a Ferrara. In alcuni casi sono state utilizzate fotografie di località ignote, non a caso prive di didascalie, che avevano il solo scopo di stupire, di impressionare visivamente, di far saltare sulla sedia l’ignaro spettatore: immagini di terre riarse dal sole, screpolate e spaccate dalla perdurante siccità.
Al di là degli eccessi esotici, con tanto di presenza umana “etnica”, stile santone indiano, mi preme qui confrontare la mia personale testimonianza con ciò che è apparso sui giornali e sui siti internet negli stessi giorni.

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  • didascalia: Il fiume Po in secca nel tratto piacentino
  • firma: foto non firmata
  • fonte: La Repubblica, 24 aprile 2007, prima pagina


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  • didascalia: nessuna didascalia
  • firma: foto non firmata
  • fonte: www.excite.it
  • titolo articolo: Siccità: verso lo stato di crisi
Il Po, per come appare sul sito di Excite (tratto dall’ANSA) il 23 aprile e sulla prima pagina di Repubblica il 24 aprile, appare in condizioni disperate: ridotto ad un rigagnolo; il letto del fiume, in primissimo piano, appare screpolato e l’acqua sembra oramai aver ceduto il posto al fango e alla terra. La didascalia ci informa che si tratta del Po nel tratto piacentino.

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  • didascalia: nessuna didascalia
  • firma: foto non firmata
  • fonte: La Repubblica, 24 aprile 2007, pagina 16
All’interno, a pagina 16, non sembra esserci molta più speranza di vedere il più grande fiume italiano riprendersi, dato che, sempre in un tratto della provincia emiliana, si presenta ancor più asciutto.

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  • didascalia: Po in secca
  • firma: Emmevi
  • fonte: www.corriere.it
  • titolo articolo: Emergenza siccità


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  • didascalia: nessuna didascalia
  • firma: foto non firmata
  • fonte: www.excite.it
  • titolo articolo: Siccità: 12 capoluoghi spreconi
Sul sito del Corriere della Sera e sulle news di Excite, il 24 aprile, le cose non stanno molto meglio.
Il Giornale, aveva utilizzato un’immagine drammatica il giorno prima sul suo sito web, un’immagine tanto poco credibile da impedire di scrivere una didascalia.

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  • didascalia: nessuna didascalia
  • firma: foto non firmata
  • fonte: www.ilgiornale.it
  • titolo articolo: Allarme siccità: rischio black out

A partire da queste immagini di dramma nazionale, il 25 aprile mi è venuto il desiderio di andare vedere, a toccare con mano la situazione. Sulla autostrada A1, in prossimità dell’uscita Piacenza sud, nel bel mezzo del ponte sul Po, questa è la scena che si è presentata ai miei occhi.


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  • didascalia: Il Po fotografato dal centro del ponte dell'autostrada A1 poco prima dell'uscita Piacenza Sud il 25 aprile 2007
  • firma: Marco Capovilla
  • fonte: archivio Marco Capovilla
Ho visto il Po scorrere tranquillo, largo come sempre, carico di acqua, con le rive verdeggianti di pioppeti come sempre, forse con qualche sasso in evidenza in più lungo l’argine, a causa dell’abbassamento effettivamente registrato dalle autorità competenti. Un po’ me l’immaginavo, avevo intuito la spropositata visualizzazione che ne avevano dato i media nei giorni precedenti. Ma la differenza di cui sono stato testimone è stata superiore ad ogni aspettativa. E’ trascorsa un’altra settimana senza pioggia, sono apparsi nuovi allarmi siccità e nuove immagini di desertificazione imminente, siamo giunti al primo di Maggio e ho cercato un altro punto del Po dove verificare l’attendibilità dei media italiani.

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  • didascalia: Il Po fotografato dal centro del ponte sulla provinciale Piacenza-Cremona il 1° maggio 2007
  • firma: Marco Capovilla
  • fonte: archivio Marco Capovilla
Mi sono recato a Cremona. Anche qui sono andato a piedi al centro del ponte, questa volta stradale, alla periferia della città lombarda. Stessa scena della settimana precedente.
Non tragga in inganno l’area bianca sul lato sinistro dell’immagine, si tratta della massicciata sassosa della Società Cannottieri, con le scalette per scendere al fiume. Si presenta così tutto l’anno, a meno che non ci sia una piena con minaccia di straripamento.
Certo, nessuno si sognerebbe di negare che il livello del fiume sia diminuito, rispetto alla media. Nessuno si azzarda a dire che si tratta di dati truccati, quelli diffusi dalla Protezione civile, dal Ministero dell’Ambiente e dal Magistrato del Po.
Si tratta piuttosto qui di decidere se la scelta delle angolazioni più drammatiche, degli angoli dove un’ansa del fiume particolarmente poco profonda - e dunque in secca - mette in evidenza ampie aree del greto sabbioso, rappresenti il campione da prelevare lecitamente e mostrare per descrivere il tutto. Prendere una parte per raccontare il tutto: questa è la condanna a cui la fotografia è destinata per la sua stessa natura di frammento spazio-temporale.
Si tratta di decidere se quella parte è “significativa”, per tornare al linguaggio scientifico, o se non si tratti invece, di una improbabile e addirittura infelice scelta, quanto a rappresentatività.
Si tratta di capire se nella distribuzione statistica stiamo prendendo la media, o anche la mediana, o comunque una porzione indicativa, sintomatica e rappresentativa, o se invece stiamo facendo assumere alle “code della distribuzione”, come si dice in gergo, un significato che quelle “code” non hanno.
Si tratta di capire, tornando al vecchio criterio giornalistico, se a forza di cercare uomini che mordono cani non stiamo per caso trasformando, con la nostra professione al servizio dello “spettacolo dell’informazione”, la realtà che pretendiamo di raccontare in una maschera tragicomica, in una parodia, in una grottesca brutta copia alla quale nessuno potrà più credere.
Perché, vedete, ogni lettore, ogni persona che abbia sotto ai propri occhi quel che viene caricaturizzato ogni giorno dai media, prima o poi finisce per smettere di credere che quel che gli viene raccontato sia vero. Perché almeno in qualche caso quel lettore può fare il confronto diretto ed immediato con ciò che gli sta intorno. E allora il pericolo di spacciare in continuazione “code di distribuzione statistica” per “valori medi” è che nessuno crederà più nemmeno alle centinaia di migliaia di morti in Darfur, alle centinaia di vittime civili fatte saltare in aria quotidianamente in Iraq, agli oltre mille morti che ogni anno dobbiamo ancora registrare tra i lavoratori nei cantieri e nelle fabbriche del nostro paese.
Questo genere di informazione visiva drogata, sulla lunga distanza, non giova a nessuno: né ai fotografi, né ai giornalisti, né ai giornali, né ai loro editori. Soprattutto non giova al cittadino che desidera informarsi sul mondo, anche attraverso le immagini che appaiono sui giornali e nei siti web. Marco Capovilla