Alla Danish School of Journalism di Aarhus
Massimiliano Clausi
6 Articoli
Aspetti pratici
23/07/2007Retta: il corso e' gratuito per exchange students, il che significa che se siete ancora iscritti all'Universita' potrete evitare ogni onere finanziario. Se tuttavia si e' ancora freschi di laurea ma non piu' studenti, i danesi sono felici di poter accettare candidature meritevoli, magari accompagnando il vostro portfolio con una lettera di presentazione del vostro relatore.
Vitto e alloggio: e' consigliabile accettare la sistemazione proposta dalla scuola, ovvero una stanza in uno degli efficientissimi alloggi studenteschi di cui Aarhus e' costellata. Per un affitto mensile attorno ai 400 euro (2006) potrete usufruire di internet broadband 24/7, sauna, tv via cavo, bar studentesco e, non ultimo, fare facilmente conoscenza con studenti provenienti dai quattro angoli del pianeta. Per quanto riguarda il vitto, sono da preventivare tra i 400 e i 600 euro mensili. Potrete risparmiare facendo la spesa da Aldi (il famoso hard discount tedesco) e spostandovi in bicicletta, anche con la neve, grazie alle onnipresenti e sempre pulite piste ciclabili.
Per quanto riguarda l'attrezzatura fotografica, il digitale e' oramai d'obbligo. E' ancora possibile utilizzare la pellicola, dal momento che la scuola mette a disposizione un minilab C41 per lo sviluppo, ma fortemente sconsigliato data la ristrettezza delle scadenze entro cui consegnare i lavori. La scuola e' inoltre in grado di fornire in prestito delle dignitosissime nikon D70, ma si raccomanda fortemente di provvedere al piu' presto prima o durante il corso all'acquisto di una macchina propria.
Naturalmente dalle spese e' escluso il Final Project, il costo del quale dipendera' dalla destinazione scelta dallo studente.
Il progetto finale
03/05/2007Ultima e piu' eccitante parte del corso alla Danish School of Journalism e' il progetto finale. Arrivati alla fine del semestre agli studenti viene richiesto un reportage completo di 15-20 immagini ed un breve testo su un soggetto a scelta, con proiezione finale e cerimonia di consegna dell'attestato di frequenza. Si hanno a disposizione circa due settimane per gli scatti e la postproduzione. Forse un tempo non sufficiente, tuttavia l'intero svolgimento del corso e' stato caratterizzato da ritmi sincopati, sia a causa di esigenze logistiche di condivisione di insegnanti ed attrezzature con i numerosi studenti danesi, sia per una scelta didattica mirata a simulare da vicino un'esperienza professionale. Pone un parziale rimedio a questo inconveniente la possibilita' di poter accedere alla scuola ventiquattr'ore su ventiquattro, opzione particolarmente apprezzata dai nottambuli.
Le scelte all'interno del piccolo gruppo dei fotografi sono cadute sui soggetti piu' disparati, dal circo itinerante alla crisi palestinese, dalla comunita' locale di non vedenti al campionato mondiale di ping-pong della terza eta', raccogliendo un discreto successo in termini di riconoscimenti e pubblicazione. Il lavoro di Dusko Djurich sui non vedenti ha trovato spazio su “Julland Morgen Posten”, quotidiano nazionale danese a maggior diffusione, il mio ha vinto il Premio Canon Giovani Fotografi 2006.
Il sottoscritto si e' recato a Calais, nel nord della Francia, per documentare le condizioni di vita dei numerosi immigrati che tentano di raggiungere clandestinamente le coste britanniche. Ero stato fortemente colpito infatti dal racconto di uno studente del corso di giornalismo che aveva precedentemente realizzato un reportage sulla stessa vicenda, e dopo essermi accertato dallo stesso che fosse effettivamente possibile avvicinare i migranti e scattare fotografie, ho esposto la mia idea a Soren Pagter, responsabile del corso. Con lui abbiamo discusso il taglio del lavoro, che sarebbe stato quello del documentario classico in bianco e nero, incentrato sulle difficili condizioni di vita dei clandestini. Preso contatto con la locale sede di Secours Catholique (Caritas Francia) che provvede agli aiuti elementari ai migranti, ho organizzato il viaggio preventivando poco meno di una settimana di permanenza a Calais.
In Francia ho utilizzato i primi due giorni per prendere contatto con i migranti, tutti raccolti in un'area piuttosto ristretta nei pressi del porto ed in un piazzale antistante un capannone abbandonato. Ho ascoltato le loro storie, le loro speranze e le illusioni. Al terzo giorno ho iniziato a scattare, cercando di avere sempre il consenso di chi mi trovavo di fronte, anche solo con un gesto o uno sguardo. Ho trovato molto utile uno dei consigli che Lene Esthave mi aveva dato durante il suo workshop, quello di fermarmi, di abbassare la macchina ogni tanto, di attendere, chiacchierare, magari andare via e tornare piu' tardi.
In questo modo, un po' rocambolesco e senza grandissima preparazione teorica, ho portato a termine il mio primo reportage. La selezione delle immagini e' stata poi seguita ancora una volta da Soren Pagter al mio ritorno ad Aarhus, cercando di inserirvi la maggiore varieta' di situazioni in modo da dare una visione il piu' comprensiva possibile della vita quotidiana dei clandestini di Calais.
Cosi' e' terminata la mia esperienza alla Danish School of Journalism, di sicuro una fucina di grandi talenti fotografici del futuro e, come ha avuto modo di dire scherzosamente Tom Stoddart in visita alla scuola, una grande minaccia per quelli gia' affermati. Nonostante le carenze nella preparazione teorica ed organizzativa che ho avuto modo di notare durante il corso stesso risultino ancora piu' evidenti se confrontate con il diario di Benedetta Solari dal Master in Photojournalism della University of Westminster di Londra, devo anche constatare che il mio approccio alla fotografia al termine di questa esperienza e' cambiato radicalmente nel senso di una maggiore consapevolezza del mezzo e della professione. Tuttavia consiglierei di frequentare la scuola solo a chi, ancora molto giovane, voglia iniziare a cimentarsi con l'idea del reportage e del racconto fotografico.
A chi ha invece il desiderio di iniziare una carriera professionale ed e' piu' avanti con gli anni suggerirei di indirizzare il proprio sguardo verso altri paesi. In Inghilterra e' presente da diversi anni un master in fotogiornalismo della durata di un anno presso il London College of Arts diretto da Paul Lowe, una delle grandi firme del reportage internazionale piu' volte premiato dal World Press Photo Award. Per entrarvi e' richiesto un portfolio che verra' sottoposto ad una difficile selezione, sono molte infatti le domande di ammissione ed il corso richiede livelli di competenza ed esperienza pregressa piuttosto elevati. La partecipazione come lecturers di photoeditors delle maggiori rivista inglesi ed internazionali da inoltre la possibilita' di stabilire contatti importanti per la professione una volta terminato il corso. Altro istituto che non ha di certo bisogno di presentazione e' l'International Center of Photography di New York. In quest'ultimo caso lo sbarramento all'entrata sembra essere rappresentato solo dalla retta piu' che salata e dal costo della vita nella grande mela, per molti decisamente proibitivo.
“Risk Reporting” e “Sterotypes”
14/03/2007Nella seconda parte del semestre danese si affrontano due corsi particolarmente interessanti anche se solo parzialmente collegati all'aspetto pratico della fotografia. Si tratta di “Risk Reporting” e “Sterotypes”.
Il primo, tenuto da Jesper Strudsholm, corrispondente dall'Africa del quotidiano di Copenaghen “Politiken” , affronta le difficolta' che il giornalista, come d'altra parte il fotografo, si trovano ad affrontare in contesti ad alto rischio quali sono le aree di conflitto. Dopo una prima serie di lezioni basate sulla discussione delle figure chiave di Robert Capa, Ken Oosterbroek e James Nachtwey (a proposito del quale e' stato visionato il documentario di Christian Frei “War photographer”), si passa alla progettazione di un ipotetico viaggio in una delle aree di crisi attualmente in corso, con tanto di raccolta di informazioni sui voli, sui visti necessari per il paese prescelto, eventuali lettere di raccomandazione per avere accesso a particolari zone, budget plan e ricerca di possibili finanziatori o acquirenti del servizio.
Nella parte finale del corso invece si lavora in gruppi con lo scopo di realizzare un magazine che, con vari articoli di taglio ed argomento diverso, renda conto dei vari aspetti di un conflitto in corso. Sebbene le lezioni non prevedessero nessuna esercitazione fotografica e fossero per questo motivo condotte assieme agli studenti del parallelo corso internazionale di giornalismo, il carisma di Strudsholm, l'attenzione per le problematiche che il giornalista trova sul campo e la possibilita' di approfondire la conoscenza delle cause di conflitti attuali hanno reso il tutto estremamente interessante.
Come il sottoscritto non ha mancato di rimarcare nell'apposita scheda di valutazione del docente, forse invitare a partecipare anche un fotogiornalista impegnato in tale genere di reportage potrebbe ripagare i fotografi della frustrazione di dover lasciare la macchina in borsa per la durata delle lezioni.
Il corso di “Sterotypes” mira invece a rendere gli studenti coscienti dei pregiudizi attraverso i quali troppo spesso le minoranze di ogni genere vengono dipinte dai media. L'assignment finale del ciclo di lezioni ha visto giornalisti e fotografi, opportunamente suddivisi in gruppi, lavorare assieme alla realizzazione di un servizio comprensivo di immagini e testo che contribuisse a rompere gli stereotipi relativi ad una particolare comunita' o minoranza gettando uno sguardo nuovo su di essi. La scelta del gruppo di cui facevo parte, composto dal sottoscritto e da due giornalisti canadesi, e' caduta sul “ghetto” di Gellerup, zona residenziale di Aarhus dove e' particolarmente evidente la concentrazione di immigrati di fede islamica.
La struttura del servizio prevedeva l'intervista con relative fotografie di due famiglie il piu' possibile simili per eta' e condizione economica, ma differenti per provenienza nazionale ed appartenenza religiosa. Una famiglia danese ed una di immigrati musulmani, con l'evidente finalita' di dare risalto alle caratteristiche che le accomunavano senza pero' trascurarne i rispettivi e differenti punti di vista,valori e stili di vita.
Per rintracciare i nostri soggetti ci siamo dedicati per qualche giorno al classico “porta a porta”, scontrandoci con la barriera linguistica e la riottosita' ad essere fotografati. Se dopo i primi tentativi siamo riusciti tutto sommato facilmente a riscuotere la fiducia di una giovane famiglia libanese di origini palestinesi, altrettanto non si puo' dire per i danesi. Il piccolo numero di autoctoni ancora residenti nell'area rappresentava un ulteriore ostacolo da aggiungersi alla proverbiale riservatezza scandinava. Risolutivo si e' rivelato in quel momento di stallo il volantinaggio messo in atto dal sottoscritto nelle cassette della posta di mezzo quartiere.
Per la realizzazione delle immagini ho preferito lavorare da solo, accompagnando i giornalisti durante le interviste, intervenendo per fare conoscenza e prendendo appuntamento per un secondo momento in cui poter seguire la vita quotidiana in famiglia tornando a visitare ognuna delle case un paio di volte.
Entrare nell'intimita' di una famiglia, sentire gli odori di cucina, fare i conti con l'abbondanza di parole o il silenzio prolungato, seppure per una giornata sola, mi hanno dato un primo insight sulle abilita' umane che questa affascinante professione richiede.
Troppo spesso infatti si sentono porre domande (che a mia volta ho posto) sull'attrezzatura utilizzata o la particolare lavorazione in photoshop, senza dimenticare il tormentone analogico-digitale. Troppo di rado invece si indaga e si discute su cosa giustifichi l’entrare nell’intimità della vita privata di persone per le quali siamo degli estranei e difficilmente si affronta il tema di quale “strumentazione culturale ed umana” sia necessario dotarsi, per svolgere tali lavori con sensibilità e correttezza.
Vari approcci al racconto per immagini
08/02/2007Nella seconda parte del semestre si affronta il modulo di Documentary Photography. Questo e' in realta' costituito da due workshops tenuti da fotografi molto diversi tra di loro per personalita' e stile, ma entrambi ex-alunni della scuola.
La prima e' Lene Esthave, due volte Fuji Press Photographer of the Year e abile ritrattista ; il secondo e' Lars Bech, eccentrico reportagista votato fortemente al settore commerciale.
Una serie di lezioni introduttive tenute da Mads Greve affrontano la storia del fotogiornalismo inteso come racconto per immagini, per attraversare soggetti e stili diversi presentando una panoramica completa dei mezzi espressivi a disposizione del fotografo.
W.E. Smith con il suo “photo essay” e la missione del “concerned photographer” sono il punto di partenza obbligato, del quale vengono tuttavia messi in luce gli aspetti eticamente piu' controversi, dai sospetti spesso confermati dai provini di aver fatto posare alcune immagini (in particolare la scena corale di “Spanish Village” e numerose di “Country Doctor”), al fotomontaggio in “Doctor Albert Schweitzer” che gli costo' la rottura con Life.
Si passa poi a Nan Golding, autrice di un foto-diario personalissimo, per terminare con Anders Petersen, iniziatore di quella scuola scandinava che ha conquistato gli allori del fotogiornalismo internazionale in anni recenti.
E' interessante notare come questi differenti approcci al problema del racconto vengano presentati come ugualmente validi, al di la' di ogni giudizio di valore. Agli studenti viene chiesto di cercare di comprendere a quale di essi sentano di appartenere.
Il primo workshop tenuto da Lene Esthave e' suddiviso in 4 assignments nell'arco di un mese:
- “8 hours, 8 pictures”: una maratona fotografica nella quale si ha a disposizione una giornata per andare a caccia di 8 immagini che raccontino 8 temi differenti (consumo, relazioni, amore, valori, credenze ... ) con lo scopo di simulare la giornata di lavoro di uno staff photographer presso un quotidiano.
- “A day in the life of”: ispirato direttamente al lavoro di W.E.Smith, ogni studente sceglie un soggetto da seguire nelle 24 ore al fine di raccontare la sua vita quotidiana in 5-8 immagini.
- “The Group”: raccontare un gruppo di individui e le loro relazioni in 5-8 immagini.
- “A place”: raccontare un luogo e cio' che vi accade in 10-12 immagini.
Ogni assignment, fatta eccezione per il primo, e' preceduto dalla ricerca di informazioni sui possibili soggetti e da una discussione di gruppo sulla motivazione e le modalita' di realizzazione del reportage. Al termine di ogni lavoro si torna poi in aula presentando un' ampia selezione di foto dalla quale si scende al numero di immagini desiderato con l'intervento di tutti gli studenti.
Sebbene sia particolarmente istruttiva soprattutto la parte di rifinitura del lavoro che pone l'attenzione sulla selezione delle immagini in cui si impara ad eliminare parti superflue ai fini narrativi, tuttavia ho riscontrato un'attenzione insufficiente nella preparazione del reportage stesso, ovvero tutto cio' che riguarda le scelte stilistiche che hanno un peso non trascurabile sul racconto stesso e sul suo target editoriale.
Imparare in fretta a cavarsela da soli
28/12/2006Una delle carenze piu' evidenti del corso che si tiene ad Aarhus e' di certo l'assenza di una vera preparazione al mondo “reale” del fotogiornalismo. Con questo intendo un percorso didattico che insegni a pensare la fotografia in fase di “progettazione”, prima dello scatto, in vista di una sua pubblicazione da parte di una specifica testata giornalistica.
Questo buco didattico riguarda pero' solo il semestre internazionale ed e' a mio modo di vedere motivato dalla brevita' del corso e dalla carenza dei mezzi. Non bisogna dimenticare che l'attrezzatura e gli insegnanti vengono condivisi con gli studenti danesi del corso quadriennale. D'altronde, come ho gia' avuto modo di dire, l'enfasi del corso e' posta sullo “story telling”. In quell'ambito si viene invitati ad esplicitare gli aspetti della storia che si vogliono evidenziare, a scegliere un punto di vista sul soggetto e a cercare di seguirlo coerentemente. Da questo punto di vista si gode di una liberta' ed un supporto totali, si viene incoraggiati a sviluppare uno stile, delle tematiche e delle motivazioni personali.
La conoscenza di Photoshop e quella di InDesign non fanno parte dei parametri in base ai quali sono selezionati i partecipanti al corso. Sono stati quindi organizzati due cicli di lezioni frontali, di una settimana ciascuno, per dare almeno un'infarinatura di "Digital Workflow" a tutti. Se da una parte cio' ha reso possibile un salto di qualita' ai principianti in materia, dall'altra chi aveva una conoscenza approfondita dell'argomento ha perso tempo senza guadagnare nulla.
Questi due corsi, tenuti dal fotogiornalista freelance Sofus Comer, si svolgono con lezioni frontali ed esercitazioni nel ritocco a partire da files raw, con il confronto finale dei risultati che ciascun partecipante ha ottenuto. Le due settimane da trascorrere in classe arrivano dopo una breve introduzione all'utilizzo del flash, tenuta dal responsabile del settore fotografico della scuola Soren Pagter. Lo scopo e' quello di verificare il livello di ciascuno.
Viene consegnata una lista con delle immagini da realizzare utilizzando una determinata tecnica (ad es: flash diretto, a parete, a soffitto, con cavo, di riempimento, di notte all'aperto). Si e' liberi di scegliere i soggetti, e' richiesto il ritratto per il flash utilizzato con cavo. Si e' evidenziata gia' in questa prima fase una caratteristica del metodo danese basato sull'anglosassone “learn by doing”, ovvero poche chiacchiere e molta pratica. La fase del feedback e del confronto in classe con gli altri studenti e' fondamentale e piu' importante di ogni impianto teorico. Allo studente si richiede infatti di intervenire nella discussione ed apportare il proprio contributo. Si e' costretti in questo modo ad imparare in fretta a cavarsela da soli, a fare ricerca autonomamente e ad immaginare per tempo piani di emergenza nell'eventualita', affatto remota, di contrattempi ed imprevisti.
Impressioni contrastanti
12/11/2006Nome: Massimiliano Clausi Eta': 27 anni Laureato in Scienze della Comunicazione a Siena, ho frequentato l' International Photojournalism Semester presso la Danish School of Journalism di Aarhus, Danimarca, durante la prima meta' del 2006.
Cio' che mi ha spinto a cercare fuori dall'Italia una scuola valida in cui approfondire il tema del “racconto per immagini” e' stata sicuramente la mancanza di un punto di riferimento all'interno dei confini nazionali.
Dopo aver visitato vari istituti a Roma sono rimasto del tutto sorpreso dall'incapacita' di presentare un calendario preciso ed un sommario delle lezioni in cui fossero chiari gli argomenti di insegnamento e gli obiettivi.
Gia' durante il mio ultimo anno di studi universitari nella preparazione della mia tesi di laurea sul World Press Photo Award mi sono imbattuto nel fotogiornalismo danese, particolarmente di successo negli ultimi dieci anni. Molti di questi fotografi affermati hanno frequentato la Danish School of Journalism di Aarhus, in Danimarca. Caso piu' unico che raro, si tratta di una scuola che permette di studiare la fotografia nel contesto piu' ampio del giornalismo per ben quattro anni agli studenti di nazionalita' danese.
Tra gli ex-alunni figurano Erik Refner, Jan Grarup e Jan Dago.
La scuola organizza anche un corso semestrale di fotogiornalismo aperto agli studenti internazionali, fino alla primavera del 2006 gratuito per i cittadini europei, oggi a pagamento. Attratto dalla fama della scuola che sforna talenti di fama internazionale ogni anno e dalla precisione del programma di studi proposto, mi sono iscritto al corso.
La partecipazione e' vincolata alla valutazione del portfolio. Vista la scarsa disponibilita' di posti, solo 6-8 persone ogni anno vengono selezionate. I miei compagni di corso avevano tutti eta' comprese tra i 24 ed i 30 anni, provenienti da vari paesi europei, con prevalenza della Scandinavia.
Il livello all'interno della classe era piuttosto eterogeneo, anche se non figuravano professionisti particolarmente esperti. Eravamo per lo piu' studenti di scuole d'arte o giornalismo, un giovane fotografo di cronaca e un paio di neolaureati che desideravano iniziare la professione di fotogiornalista.
Il livello tecnico anche qui e' piuttosto vario. Dopo una prima settimana di introduzione su tecniche di ripresa base e soprattutto l'utilizzo del flash, sembra chiaro come lo scopo del corso non sia quello di portarci tutti allo stesso livello, ma di concentarsi soprattutto sul racconto della storia, ognuno con le proprie capacita' e di darci una forte base etica nella selezione delle immagini.
Le prime impressioni della scuola sono state per me molto contrastanti. Il riscontrare la disparita' di livello e di consapevolezza nell'utilizzo del mezzo mi ha fatto dapprima dubitare della validita' del corso.
Tuttavia si e' immersi in un ambiente molto stimolante, estremamente proiettato verso il mondo della professione, tanto che molti studenti iniziano a lavorare per testate nazionali e ad affermarsi in campo internazionale ben prima del diploma finale. Basti citare Mads Nissen e Christian Als per tutti. Avere la possibilita' di accedere alla scuola 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, nonche' trovarsi gomito a gomito con talenti di questo calibro rappresenta un'opportunita' di crescita enorme, al di la' del ristretto gruppo di studenti internazionali.




