A Londra, alla scuola di fotogiornalismo di Colin Jacobson
Benedetta Solari
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Notizie pratiche
23/07/2007Il Master alla University of Westminster costa 3500 sterline per noi italiani. Il corso va pagato in due rate, la prima a fine settembre, la seconda entro gennaio. Non sono a conoscenza di borse di studio, ma sicuramente per quanto riguarda quelle offerte dalla University of Westminster si possono trovare informazioni sul sito Internet: www.wmin.ac.uk (dal menù principale: courses> Fees, Bursaries and Scholarships)
Location:
La University of Westminster ha varie sedi, dislocate in zone molto centrali di Londra, fatta eccezione per L’Harrow Campus, che è quello che ci interessa, dato che vi ha sede la School of Media, Arts and Design. L’Harrow Campus è situato in zona 4, a nord-ovest di Londra, e può essere facilmente raggiunto con la Metropolitan Line della metropolitana londinese. Insomma, è oggettivamente lontano dal centro della città, ma ben collegato grazie alla Tube. Per rendere l’idea: da Baker Street (zona 1) alla fermata del Campus (T: Northwick Park) ci vogliono circa 20 minuti. Più difficoltoso è invece usufruire dei buses; ce ne sono vari che dal centro città portano al Campus, ma le distanze sono tali da rendere il viaggio assai lungo.
Vitto e alloggio:
Londra è tra le città più care al mondo, e non c’è aspetto del costo della vita che sia paragonabile ad uno standard medio italiano. Per quanto riguarda l’alloggio, l’Università offre accomodations nel Campus, soggette a disponibilità. Gli alloggi universitari sono piuttosto nuovi e in ottimo stato, e constano in stanze singole con bagno, mentre la cucina va condivisa con altri studenti. Il costo di un alloggio all’Harrow Campus si aggira attorno ai 90-95 pounds settimanali, tutto compreso (incluso Internet). Per quanto mi consta non è possibile fare richiesta per una stanza in uno dei Campus più centrali della University of Westminster, e per mia esperienza è possibile trovare alla stessa cifra alloggi privati un po’più centrali, diciamo in zona 2 o 3. D’altra parte, cercare casa a Londra è un vero e proprio lavoro, soprattutto in settembre (ps il Master inizia a fine settembre…). C’è un ottimo sito, probabilmente il più usato in tutta Londra, per trovare alloggio in appartamento con altre persone e — di solito — senza dover ricorrere ad agenzie: www.gumtree.com
Il consiglio è di prendersi per tempo, diciamo un paio di settimane prima, perché è vero che sui siti ci sono moltissime offerte, ma è altrettanto vero che la quantità di persone che cercano alloggio è davvero impressionante: la concorrenza è altissima! Quanto al prezzo, il range è ampio e dipende dalle zone, dalla fortuna e dalle esigenze che si hanno. Diciamo che un prezzo medio per una stanza singola oscilla tra gli 80 e i 110 pounds alla settimana.
I trasporti:
i mezzi di trasporto londinesi sono piuttosto esosi. Fortunatamente, come studenti è possibile ottenere uno sconto del 30% sulle varie travelcards — siano esse settimanali, mensili o annuali. Una travelcard settimanale con lo sconto studenti, valida in zone 1-2, si aggira attorno ai 16 pounds e permette di usufruire di tutti i mezzi pubblici. Il Campus si trova in posizione assai isolata, a una fermata di metro da Harrow on the Hill, vera e propria cittadina all’interno di Londra.
Quanto al resto...beh, le pinte di birra sono economiche, il cinema assolutamente carissimo, così come i ristoranti “seri” — insomma, non i vari sushi, indiani, tailandesi..., i club variano molto... Ma devo anche dire che nella sua sterminata offerta culturale, Londra offre molto anche a prezzi quasi continentali...basta conoscerla un po’, e scoprire col tempo i posti giusti e i cinema d’essai.
Inoltre, per come è strutturato il Master è compatibile con un lavoro part-time, in quanto consta di poche ore di lezioni in sede universitaria. Il corso è sì scandito da scadenze (settimanali nel caso del primo semestre), ma assolutamente conciliabili con altre attività.
Attrezzatura:
Per quanto riguarda altri costi legati al Master, va detto che è altamente consigliato il possesso di una macchina fotografica digitale con un buon obiettivo. Le scadenze del corso e la natura del fotogiornalismo d’oggi rendono il digitale quasi d’obbligo, la pellicola usabile per progetti più a medio/lungo termine (es. il progetto finale del Master). L’università offre un servizio di prestito di attrezzature fotografiche, da reflex 35 mm a digitali a medio e grande formato, inclusi obiettivi e cavalletti. L’unico problema è l’alto numero di iscritti a corsi di fotografia (under e postgraduate) e di conseguenza la grande richiesta di suddetti prestiti. Sempre all’interno del Campus c’è poi un laboratorio per lo sviluppo, piuttosto grande, e un servizio per la stampa dal digitale, di qualità medio alta — si arriva fino a stampe A2. Mentre il noleggio dell’attrezzatura è gratuito, la stampa è a proprie spese. Una stampa formato A3 si aggira attorno ai 3 pounds. Per i lavori finali del primo semestre calcolate quindi le spese per circa 15-20 stampe A3. A livello bibliografico, moltissimi sono i testi consigliati, nessuno obbligatorio. Spesso vengono fornite fotocopie dai docenti, ed in ogni caso la biblioteca del Campus è abbastanza fornita.
Piuttosto alte sono le spese per il Magazine Project: l’università paga per due copie della rivista (per gruppo), le altre sono a proprie spese. Le spese per una copia della rivista del mio gruppo (circa 80 pagine, alta qualità di carta) si aggira attorno ai 20 pounds. Infine, i costi del Major Project sono a carico dello studente, mentre l’Università stabilisce dei fondi per organizzare una mostra di fine corso in cui poter presentare i lavori realizzati.
Magazine Editorial Production
20/06/2007La rivista Init - meglio dire il numero pilota - è finalmente andata in stampa a inizio maggio con grande soddisfazione e sollievo del nostro team, e ricevendo una nota di merito dai tutors del corso durante il quale è stato pensato e prodotto, il “Magazine Editorial Production”.
In questa puntata vorrei quindi raccontare del modulo tenuto da Colin Jacobson, Ian Denning e Max Houghton, probabilmente il più interessante dell’intero Master, e corso portante del secondo semestre ormai terminato.
“Magazine Editorial Production” dura dodici settimane e consta di lezioni frontali, o incontri e discussioni con i tutors, il martedì mattina, e di molti incontri e un grosso lavoro con i compagni di gruppo. Inoltre, per sei mercoledì, già a partire da dicembre (quindi ancora durante il primo semestre), Malvin Van Gelderen tiene un corso propedeutico al magazine interamente dedicato all’uso del software InDesign, un programma di Desktop Publishing molto completo e user friendly. Malvin è un designer di grande esperienza (ha lavorato come Art Director in numerose riviste inglesi ed è stato Designer per diversi quotidiani e supplementi inglesi) e le sue lezioni di InDesign sono assolutamente fondamentali, soprattutto per chi non conosce affatto il programma.
Come si diceva in precedenza, il magazine è un lavoro di gruppo. Colin Jacobson ha formato quattro mini-teams di cinque studenti ciascuno, che hanno iniziato a incontrarsi a inizio gennaio con la massima libertà creativa e un obiettivo tanto preciso quanto arduo: pensare al concept di una rivista, ai suoi target, contenuto, design, testi e fotografie, of course, e presentare ad inizio aprile la rivista stampata. Su consiglio degli insegnanti, per facilitare il lavoro e simulare un contesto editoriale “reale”, ogni gruppo ha provveduto ad una divisione in ruoli, più o meno nominale.
La sottoscritta si è trovata in un gruppo ben assortito, composto dai due più giovani masteristi, Rick e Lauren, londinesi ventiduenni, da Reinhard, promettente fotogiornalista tedesco, e Rebecca, americana con un passato, e probabilmente un futuro, nella fotografia, più artistica che giornalistica. Nel caso della nostra rivista Init, la fase iniziale di brainstorming ed individuazione del concept, del nome, del target, e di una agenda di contenuti è stata piuttosto rapida, anche in rapporto ad altri gruppi. Più problematica si è rivelata invece la fase di shooting, di accesso alle storie da fotografare, e quella relativa al design. Ma nel complesso, l’Init United Front è stato piuttosto compatto e unito durante i quasi quattro mesi di lavoro, un gruppo in cui non ci sono mai stati grossi disaccordi ma in cui ho sentito abbastanza forte la mancanza di suddivisione in ruoli ed effettiva condivisione del lavoro. Questo si è rivelato d’altra parte un vantaggio, laddove altri gruppi a forza di prendere decisioni collettive su ogni virgola del magazine hanno perso molto tempo e perso di vista il progetto nel suo insieme.
Durante l’intera realizzazione del magazine, il ruolo di Colin Jacobson e Ian Denning è stato quello fondamentale di critica settimanale del lavoro svolto. In altre parole, rispecchiando una tendenza che ho riscontrato nel metodo di insegnamento inglese in generale, almeno a livello di Master, qui gli studenti si devono “arrangiare”, e “fare”, e solo successivamente i tutors intervengono su quanto svolto, dando suggerimenti, pareri e critiche. Così, ogni martedì abbiamo presentato a Colin e Ian le idee e quanto realizzato nella settimana precedente, ricevendo un riscontro direi altamente autorevole, essendo stato Jacobson picture editor in numerosi magazine come il Sunday Times e l’Independent Magazine, e Ian suo collega nel ruolo di graphic designer.
Tendenzialmente, come gruppo ci incontravamo una volta a settimana, nella fase finale anche più d’una, a cui si aggiungeva il lavoro individuale e alcuni lavori che abbiamo svolto in coppia o tutti insieme. In linea di massima, l’idea alla base del corso è che nel magazine ognuno deve partecipare, certo in misura diversa, a tutte le diverse fasi di realizzazione, e quindi scrivere e fotografare almeno una feature, e contribuire al design.
Descrivere il nostro Init su questo spazio mi è difficile, posso dire in linea generale che è stato pensato come un magazine mensile rivolto a londinesi tra i 18 e i 25 anni, trendy e attenti alle nuove tendenze quanto a design, musica e clubbing. Se i nomi non vi suonano nuovi, nella fiction i nostri competitors all’interno del mercato inglese sono ID e Dazed and Confused, due magazine per il pubblico giovane piuttosto letti qui a Londra. Una parte difficile del lavoro è stata quella di trovare storie interessanti e graffianti, che mettessero su carta il nostro concept di Init, e visto e considerato poi che tra TimeOut (la cosiddetta “London Bible”) e free press vari, Londra è sicuramente una città in cui l’informazione certo non manca.
A titolo d’esempio, il numero pilota di Init consta di tre major features, legate dal tema del mese prescelto, ovvero “Init On the Move”: Parkour (cioè la moda-sport nata a Parigi di saltare sui tetti e sui muri delle città), Army Fitness (allenarsi come soldati nei parchi londinesi) e Street Wars (un gioco di ruolo che consiste nell’assassinare con pistole ad acqua). Inoltre, nella sezione Fashion abbiamo il lavoro di gruppo, quello più riuscito dell’intero magazine, cioè un set improvvisato di fashion photography, la nostra “Farmyard Fashion”, con modelli non professionisti e vestiti scelti dai nostri armadi. Punto forte: il set, una city farm – una vera e propria fattoria - dietro casa mia, nel cuore dell’East End londinese…Come ogni pubblicazione reale, il nostro Init consta di un buon 30% di pagine pubblicitarie, su un totale di 80 pagine. Le pubblicità sono state rigorosamente scaricate da Internet, ed infatti tengo qui a sottolineare quanto il corso “Magazine Editorial Production” e relativa pubblicazione cartacea finale siano, appunto, solo un’esercitazione per il Master, principalmente e come potete immaginare per motivi legati ai costi. Diverso è il caso di un altro gruppo, che ha realizzato una rivista di fotogiornalismo on-line, abbattendo sicuramente notevoli costi (vedi la stampa) in un progetto potenzialmente sviluppabile anche dopo il Master.
Per concludere, “Magazine Editorial Production” è un corso assolutamente valido e che permette di mettere a frutto tutta la propria creatività e di imparare davvero tanto, sia a livello di lavoro in team, sia a livello di fotografia, giornalismo e design. A quanto ne so, è un modulo peculiare del Master alla University of Westminster, che manca ad esempio nel corso “rivale” di Photojournalism al London College of Communication – Master per altro piuttosto gettonato, di tradizione e di qualità.
Journalism for Photojournalists
03/05/2007In attesa di vedere il risultato finale di tre intensi mesi di “Magazine Editorial Production”, ovvero la rivista Init pensata, fotografata, disegnata e scritta dal mio minigruppo (composto dalla sottoscritta più altri quattro “masteristi”), in questa puntata vorrei parlare dell’altro core module di questo secondo semestre in via di conclusione, “Journalism for Photojournalists.” Si tratta di un corso che affianca e completa quello molto più corposo, impegnativo e pesante anche dal punto di vista del punteggio, relativo appunto alla realizzazione del numero pilota di una rivista.
Il course leader di “Journalism for Photojournalists” è Max Houghton, giornalista free lance e attualmente feature editor del magazine di fotogiornalismo 8-Eight, pubblicato qui a Londra.
Il corso dura 12 settimane e consta di lezioni il martedì pomeriggio, più letture ed assignments, anch’essi settimanali. L’obiettivo del modulo è di imparare gli strumenti del mestiere giornalistico, ovvero come condurre le interviste, come scrivere un news article e un feature article e in cosa i due si differenziano, come criticare un lavoro fotogiornalistico in una review, più qualche nozione di tipo legislativo ed etico relative al giornalismo. Come per gli altri corsi, più che di una lezione si tratta di un seminario, in cui ampio spazio è dedicato ad interventi e discussioni plenarie.
Le tre ore di corso sono suddivise in due parti: nella prima Max introduce un certo argomento, spesso portando esempi che nascono dalla propria esperienza professionale; a seguire, il dibattito.
Nella seconda metà della lezione, invece, la classe viene suddivisa in quattro gruppi che rispecchiano quelli del magazine project: infatti, qui il lavoro è focalizzato alla parte scritta relativa, appunto, alle rispettive “riviste in progress.” In realtà, e mi riferisco solo al mio gruppo di Init, si finisce per continuare la discussione iniziata durante la mattina con il modulo “Magazine Editorial Production,” relativa ad aspetti più visivi (design, contenuto fotografico…) che scritti, quest’ultimi ad oggi in fase di revisione prima di andare in stampa dopodomani…
Gli assignments per il corso consistono in un news article di 500 battute e argomento a scelta, in una recensione di 1000 battute su un libro/mostra fotografica a scelta, e in un feature article, anch’esso di 1000 battute. Quest’ultimo è pensato in funzione del magazine, nel senso che una sua versione breve verrà appunto pubblicata sulla rivista del gruppo. La mia feature verte sul "Burlesque", una via di mezzo tra il cabaret, lo strip tease e l’avanspettacolo molto in voga qui a Londra, ma in questo caso la scelta editoriale per Init è quella di lasciar parlare le immagini, accompagnandole solo con una didascalia/citazione.
“Journalism for Photojournalists” è nel complesso un corso interessante, più o meno utile a seconda di quanto ci si esercita a casa, settimana per settimana, scrivendo bozze su bozze di articoli. Max è un’insegnante davvero disponibile e puntuale quanto a suggerimenti e correzione di struttura e contenuto.
Tuttavia, considerando che questo corso è pensato anche (ma non solo) come complemento e completamento di “Magazine Editorial Production,” il suo peso specifico è abbastanza scarso, con alcune lacune secondo me gravi, come ad esempio l’assenza totale di lezioni dedicate a come si scrivono headlines e captions — i titoli e le didascalie — che costituiscono una componente fondamentale di un pezzo fotogiornalistico, in base al quale il lettore sceglie se leggere o meno l’articolo in modo approfondito.
Learning by doing
14/03/2007Come si diceva nella puntata precedente, l’ultima parte del primo semestre all’MA Photojournalism della University of Westminster di Londra è dedicata alla realizzazione di una picture story di 8-10 fotografie accompagnate da didascalie. Durante la settima settimana di lezione si presenta (all’ “editorial panel” composto dai due insegnanti Colin Jacobson e Ben Edwards) la propria idea per il progetto, valutata in base a fattori quali l’ accessibilità e la manageability, il potenziale visivo e quello giornalistico. Successivamente i progressi del lavoro vengono monitorati da Jacobson, che suddivide la classe in minigruppi di cinque studenti ciascuno.
Anche in questo caso, discussione e feedback sulle photo stories in progress avvengono secondo la modalità del seminario, che vedono insegnante e alunni sullo stesso piano quanto a possibilità di intervento. La mia scelta di una picture story è il frutto di alcune ricerche e di una curiosità. L’idea era quella di partire da una realtà a me totalmente sconosciuta, espressione dell’incredibile melting pot londinese. In altre parole, di cercare una storia da raccontare con uno sguardo esterno e poco “allenato”, con tutti i pro e i contro che ciò comporta.
Su consiglio di Jacobson, sono andata in avanscoperta nel poco fotografato quartiere di Southall, in cui convivono Indù, Sikhs e Musulmani, alla ricerca di ispirazione e informazioni. Quasi per caso, quando la mia prima gita a Southall stava per volgere al termine senza troppo esito, mi sono imbattuta in un gruppetto di uomini col turbante che nella penombra della sera in una sorta di garage stavano pulendo un’enorme cupola dorata. Si trattava dei preparativi per il Diwali, una delle più importanti feste della religione Sikh.
Dopo avermi offerto cibo e thè, i Sikhs mi hanno raccontato con estrema e quasi eccessiva disponibilità della loro religione. Venuta a sapere che lì vicino si trova quello che viene considerato il più grande tempio Sikh al di fuori dell’India, ho deciso di approfondire le conoscenze con il Sikhism e di provare ad avere accesso al luogo di culto per fotografarlo. In particolare, mi incuriosiva molto il Langar, che mi era stato descritto come un servizio gratuito di mensa all’interno del tempio. Ho avuto pieno accesso ai luoghi del Gurdwara (il nome in punjabi per un tempio Sikh) fin dalla mia prima visita. A piedi scalzi e con il capo coperto come richiesto dal regolamento Sikh mi sono presentata alla reception, dove il gentilissimo responsabile della biblioteca del tempio mi ha condotto in una visita guidata dell’enorme edificio, spiegandomi nei dettagli storia e rituali (ben pochi a dire il vero) del Sikhism, religione piuttosto progressista se si pensa che fu fondata 500 anni fa nella regione del Punjab (ora diviso tra India e Pakistan) dominata dalle caste, e che proclama l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani fin dai suoi inizi, al di là di sesso, religione, casta o colore della pelle. Il Langar, la cucina, si è rivelata un luogo coloratissimo, straordinario, sia visivamente, sia dal punto di vista olfattivo, e popolato da facce e costumi tradizionali indiani, tanto che inizialmente decisi di focalizzare la mia storia su di esso.
Discutendo della mia idea a lezione ho capito che dal punto di vista giornalistico sarebbe stato però più interessante raccontare del tempio e del Sikhism in tutti i suoi aspetti, prestando molta attenzione nella narrazione a quegli elementi visivi che fossero connotativi di questa religione e che aiutassero a definirla e a differenziarla ad esempio dall’Induismo. In tutto ciò l’aiuto delle didascalie si è rivelato decisivo nel completare e rendere univoca l’informazione visiva. Ho chiamato la mia photo story “A day in the life of a Sikh temple”, componendola di 11 fotografie selezionate anche in base ai sei elementi chiave della Picture Story di cui s’è già detto nella puntata precedente. Includendo la fase preliminare e importantissima di scelta della storia e verifica della sua accessibilità, interesse giornalistico ecc. il lavoro sulla photo story è durato quasi due mesi, durante i quali ho imparato moltissimo by doing, facendo.
Ho tastato con mano quanto il lavoro di una fotogiornalista implichi pazienza ed enorme dedizione, molto più di quanto non avessi mai pensato (per lo meno quando si parla di realizzazione di photo stories). La foto giusta, il cogliere il momento è frutto di ore e ore di attese e prove, e non semplicemente di talento o “occhio”. La padronanza della tecnica è importante ma non fondamentale, tanto più che si tratta di un sapere pratico che si arricchisce facendo e confrontandosi con altri fotografi (meglio se più forti tecnicamente o con più esperienza alle spalle…). Inoltre, il contenuto giornalistico della foto è decisivo ai fini del processo di editing di una picture story: infatti, nel mio caso ho dovuto rinunciare a inserire nella storia alcune fotografie che trovavo molto interessanti dal punto di vista puramente visivo per evitare ripetizioni o perché non abbastanza potenti dal punto di vista narrativo.
In tutto ciò il contesto del Master è stato e continua ad essere per me background indispensabile, anche se alla fine il 90% del lavoro e dei progressi partono dall’auto apprendimento del "learning by doing" e dalla propria passione e dedizione.
I sei elementi chiave della "Picture story"
08/02/2007Qui a Londra è da poco iniziato il secondo semestre del MA Photojournalism, che vede Colin Jacobson come "course leader" del modulo fondamentale “Magazine Editorial Production”, sulla carta il più difficile e stimolante dei corsi previsti dal Master.
Si tratta di un lavoro di gruppo che porterà alla realizzazione di un vero e proprio magazine, elettronico o cartaceo, potenzialmente pubblicabile all’interno del mercato editoriale esistente. Propedeutico a ciò è stato uno dei due moduli obbligatori del primo semestre, “Photojournalism: The Picture Story”, il cui leader è lo stesso Jacobson.
Come nel caso del corso tenuto da Edwards di cui si è già detto, “Photojournalism: The Picture Story”dura dodici settimane e ha un’impostazione altamente pratica, con assignments, vale a dire esercitazioni, settimanali e lezioni frontali il martedì mattina.
Colin Jacobson, avvalendosi del tradizionale approccio al photo essay della rinomata Scuola di Documentary Photography di Newport, di settimana in settimana presenta durante la lezione i sei elementi che una picture story deve (dovrebbe) possedere per comunicare efficacemente un contenuto narrativo-giornalistico attraverso immagini:
1 - Establishing shot
2 - Portrait
3 - Detail
4 - Relationship
5 - Work
6 - the Moment.
In classe vengono proiettate e discusse immagini di fotografi più o meno celebri (tra cui l’onnipresente e geniale Witold Krassowski, certamente il fotografo preferito di Jacobson) che esemplificano l’uso dei suddetti elementi.
Successivamente, gli studenti presentano alla classe l’assignment settimanale svolto, vale a dire una selezione di 4-5 fotografie il cui soggetto è, appunto, basato di volta in volta su uno dei sei elementi della Picture Story. Segue discussione sui lavori realizzati, in cui insegnante e alunni hanno pari possibilità di intervento e critica.
Ciò che si commenta è se, quanto e perché una certa fotografia funzioni o meno, ad esempio, come “Relationship”.
Questi “dibattiti plenari” occupano gran parte della mattinata di lezione e costituiscono a mio parere un momento fondamentale di apprendimento, grazie anche all’ironia e al carisma con cui Jacobson ne gestisce lo svolgimento, commentando e criticando gli assignments svolti in modo sempre costruttivo e stimolante.
Dopo le prime sette settimane il modulo entra nel vivo, e una volta appresa la “grammatica” del fotoracconto gli alunni devono pensare a una propria picture story di circa 8-10 immagini accompagnate da didascalie e da una breve sinossi che costituiranno l’assignment finale del modulo, oggetto di valutazione che peserà sul conseguimento del diploma finale.
(La prossima puntata verterà sulla parte finale del primo semestre e sulle peripezie che la sottoscritta ha dovuto affrontare durante la realizzazione della propria picture story, incentrata sul più grande tempio Sikh al di fuori dell’India).
Si impara dai compagni più esperti
28/12/2006“Digital Photography for Publication” è uno dei due moduli obbligatori del primo semestre del Master in Photojournalism della University of Westminster di Londra. Il course leader è Ben Edwards, fotografo dell’agenzia Getty Images. Il corso dura dodici settimane e come tutto il Master ha un’impostazione altamente pratica, con assignments, vale a dire esercitazioni, settimanali e lezioni frontali il martedì pomeriggio. Gli assignments consistono in "stand-alone images", in fotografie singole, il cui contenuto e stile vengono pensati in funzione di una specifica pubblicazione. Tema e virtuale spazio di pubblicazione delle foto sono stabiliti dall’insegnante, che di settimana in settimana commenta il lavoro di noi studenti. In pratica a lezione si devono presentare fino a 5-6 immagini, che vengono proiettate e criticate dal punto di vista tecnico ma anche in base al “committente virtuale”, cioè in base a quanto effettivamente, secondo Edwards, esse possiedono quelle caratteristiche che le renderebbero publishable sull’organo di stampa stabilito. A titolo d’esempio, la prima esercitazione consisteva nel fotografare una band musicale emergente (in altre parole: non gruppi famosi) durante una gig, una performance dal vivo. La rivista di riferimento era in questo caso NME (New Musical Express), settimanale inglese dedicato soprattutto alla musica rock. Come si diceva nella prima puntata di questo diario, il livello tecnico implicitamente dato per scontato dagli insegnanti è decisamente alto, perché fin dalla prima settimana di corso si mandano sul campo gli studenti-fotografi con un preciso lavoro da svolgere, “facendo finta che” si stia davvero lavorando per un giornale o comunque con intenti di pubblicazione. Il tutto però avviene senza una benché minima infarinatura sulla fotografia digitale in fase di ripresa e di editing. Se da un lato questo approccio costringe a imparare piuttosto in fretta, dall’altro secondo me lascia intatte le lacune tecniche di partenza. Va detto che molto si impara dai compagni più esperti, ed è questo uno degli aspetti più stimolanti ed arricchenti del Master, ma ciò non toglie che sia compito dell’insegnante dedicare una parte delle lezioni in classe a nozioni avanzate di Photoshop o all’uso del flash, tasto dolente per molti di noi studenti di quest’anno. Nel primo semestre il Master prevede due corsi: quello di Colin Jacobson, relativo alla “grammatica” del fotoracconto, e quello di Edwards, rivolto agli aspetti più tecnici del mestiere. Allora, secondo me, Edwards dovrebbe insegnare in modo più "didattico", e verificare l’efficacia dei suoi metodi di insegnamento.
Primo impatto
20/11/2006Who: Benedetta Solari, ventisei anni, padovana, laureata in Scienze della Comunicazione
What: sta frequentando un Master in Fotogiornalismo alla University of Westminster
Where: a Londra
When: dal 26 settembre 2006 e per un anno
Why: e vuole raccontare alcuni aspetti di questa esperienza.
L’idea è di tenere una specie di diario a cadenza quindicinale con l’intento di informare tutti quanti si interessino di fotogiornalismo e con la consapevolezza di quanto la situazione italiana a livello di didattica sia drammatica e di quanti, d’altra parte, siano i giovani fotogiornalisti o wannabe tali che cercano e spesso non trovano corsi di specializzazione in questo settore.
Il corso che sto frequentando è l’ MA Photojournalism della University of Westminster di Londra.
Si tratta di un Master piuttosto nuovo, giunto nel 2006 al suo terzo anno di esistenza e il cui “course leader” è Colin Jacobson, affiancato da Ben Edwards e David Brittain per quanto riguarda il semestre in corso, da Max Houghton, Malvin Van Gelderen, Peter Goodwin, Andy Golding nel secondo.
Colin Jacobson giunge all’insegnamento accademico dopo una lunga carriera prima come picture researcher presso il Sunday Times Magazine, poi come picture editor presso The Economist, The Observer Magazine e The Independent Magazine, abbandonata nel 1995.
Ben Edwards è un fotografo del gruppo Getty Images specializzato in fotografia medica.
David Brittain è attivo da molti anni nella fotografia come curatore di mostre e pubblicazioni, critico, ed è stato direttore della rivista Creative Camera (1991-2001).
Sto condividendo l’esperienza con altre venti persone di età, sesso, nazionalità e background assolutamente eterogenei e difficilmente riassumibili in poche parole. Ciò che vale la pena sottolineare è il diverso livello di esperienza professionale nel campo fotogiornalistico che caratterizza i miei compagni di corso, per cui c’è chi ha già pubblicato il proprio lavoro scritto e/o fotografato su diversi organi di stampa, chi ha già un livello tecnico elevato perché ha frequentato corsi universitari di fotografia o Fine Arts, chi è già stato giornalista, e chi, come me e pochi altri, ha una solida formazione accademica, ma esperienza fotografica di base.
Risultato: a seconda dell’esperienza precedente e delle aspettative tra noi c’è chi è molto contento del corso, chi invece trova lo standard medio piuttosto basso. Rispetto agli anni precedenti questa maggiore eterogeneità costituisce una novità, visto che,a titolo di esempio, tra gli alunni dell’anno passato figurano fotogiornalisti già affermati come Lefteris Pitarakis, reporter di guerra per AP e Yannis Kontos di Polaris Images, vincitore in una delle categorie del World Press Photo 2006.
In questa fase iniziale le mie impressioni vedono questa diversità tra compagni come fonte di arricchimento da un lato, e come limitazione delle possibilità di crescita, dall’altro.Infatti, se chi ha meno esperienza e capacità tecniche può imparare, e molto, dai compagni più “navigati”, i quali viceversa, sentono l’esperienza come poco utile, dall’altra parte il livello implicitamente dato per scontato dagli insegnanti è decisamente alto. Su questo punto cercherò di spiegarmi meglio nella prossima puntata, raccontando di uno dei due moduli fondamentali del primo semestre, Digital Photography for Publication, tenuto da Ben Edwards.




