Sette euro a foto


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Non stiamo parlando del listino prezzi delle stampe 20x30 di un laboratorio di stampa amatoriale on-line. Sette euro a foto rappresenta il compenso per fotografia previsto dal nuovo, grandioso concorso lanciato da tre prestigiosissimi soggetti (due società private ed un ente pubblico): Fratelli Alinari, il Gruppo 24Ore e il Comune di Milano, oltre al service di stampa di libri digitali Blurb.
Non è uno scherzo, è un ennesimo segnale della tragica realtà che caratterizza la fotografia nel nostro paese. Qui sotto i dettagli, per chi se la sente di continuare a leggere e non accusa già il solito voltastomaco per queste sempre più frequenti iniziative “all’italiana”.
Iniziamo dal bando di questo concorso che ha l’onirico titolo “Sogno Milano” e il sottotitolo chiarificatore: “La città attraverso la fotografia contemporanea”.
Di cosa si tratti, il bando lo chiarisce subito, senza giri di parole: “Un'occasione professionale per fotografi creativi che sappiano raccontare Milano nei suoi molteplici aspetti.”
E cosa se ne fanno gli Alinari, il Gruppo 24Ore e soprattutto il Comune di Milano delle immagini di questi “talenti creativi”? Risposta, reperibile sempre nel bando: «L'operazione contribuirà a creare una collezione di immagini che ridisegni una nuova visione e percezione della Città. »
Una volta scelti gli autori (pardon, gli Autori, con la A maiuscola, perché la forma conta), in un numero compreso tra i 10 e i 20, in base alle loro immagini, il Comune procede ad acquisire i diritti d’uso di 35-70 immagini per ogni fotografo. Le immagini «verranno utilizzate per tutte le attività istituzionali, promozionali e di comunicazione della città di Milano a carattere non commerciale. »
Come compenso, i fotografi ricevono 500 (cinquecento) euro.

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Tornando al titolo, nell’ipotesi di cessione di 70 foto, ciascuna immagine verrebbe compensata con 7,14 euro. Se il fotografo dovesse essere particolarmente poco prolifico nella sua produzione iconografica, allora il compenso raddoppia, giungendo alla strabiliante cifra di 14,28 euro a foto.
Le clausole, impostate da esperti che conoscono nei minimi dettagli tutti le variabili dei contratti di cessione del diritto d’autore, sembrano molto accurate nel garantire dei precisi limiti nello sfruttamento delle immagini, ma a chi sa leggere e interpretare quei “comma” appare chiarissimo che il Comune potrà utilizzare in maniera estremamente libera le immagini, appunto “per tutte le attività istituzionali, promozionali e di comunicazione”. Dite voi da questa ampia casistica cosa resta fuori.
Va da sé, per completare la richiesta, che le immagini, prodotte da “autori, fotografi od artisti, maggiorenni, con valide e comprovate capacità espressive” dovranno saper "raccontare Milano in tutti i suoi aspetti positivi” e, per non lasciare il minimo spazio al dubbio “Le immagini proponibili dovranno essere rappresentative di aspetti positivi della città di Milano”.
Ossia, per parlare chiaro, l’iniziale “occasione professionale” per raccontare la città “nei suoi molteplici aspetti”, si trasforma nel volgere di poche righe nella richiesta di vedere e rappresentare Milano unicamente nei suoi aspetti positivi (nessuno escluso) e, come logica conseguenza, di non vedere rappresentato alcuno dei suoi aspetti, non diciamo negativi, ma nemmeno discussi, problematici o contraddittori.
Cioè, cari artisti e autori (anzi, Artisti ed Autori) mettete le vostre “comprovate capacità espressive” al servizio della più mirabolante e luccicante immagine oleografica di Milano, perché questa servirà al Comune per “ridisegnare una nuova visione e percezione della città”.

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A poco servirebbe qui ricordare le numerose campagne fotografiche su commissione che nei paesi occidentali, a partire dalla metà dell’Ottocento, i più lungimiranti enti pubblici hanno ideato e realizzato. Evidentemente le missioni pubbliche di promozione della fotografia, intese come strumento di conoscenza del territorio e della società, non fanno parte dell’approccio culturale dei responsabili del Comune di Milano, ai quali forse farebbe bene la lettura del recente volume pubblicato dall’editore Lupetti “Fotografia e committenza pubblica” a cura di Roberta Valtorta, in cui si ripercorre l’ultracentenaria storia dei progetti pubblici di lettura critica dei vari paesi attraverso la fotografia. Tra questi ci piace ricordare in particolare la Farm Security Administration, che dalla metà degli anni ’30 al '43, nel momento della peggior crisi economica, finanziaria e sociale degli Stati Uniti, ha scandagliato le vite dei contadini degli USA colpiti dalla crisi agricola e ne ha tratto un archivio di decine di migliaia di immagini, ora tutte disponibili per la consultazione sul sito della Library of Congress .
Al posto di queste iniziative, che a buon diritto sono entrate a far parte dei migliori esempi della politica culturale dei rispettivi paesi, dalle nostre parti, di questi tempi, trionfano invece le Pubbliche Relazioni e le campagne fotografiche non servono a conoscere, verificare, indagare, far riflettere, ma a “ridisegnare una nuova visione e percezione della città”, la cui unica chiave di lettura possibile è, per regolamento, “la positività”. Filtri rosa, o arancioni, dunque, effetto flou e sorriso sulle labbra.

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Aveva torto George Orwell ad immaginare, in 1984, una società totalitaria in cui il Ministero della Verità riscriveva i libri di storia e cambiava le notizie e le immagini dei giornali per adeguarli alla versione ufficiale del potere. Non c’è più bisogno di questi deliri da tiranni del secolo scorso. Per riscrivere la storia visiva di Milano secondo i desiderata dei suoi attuali amministratori e arrivare ad ottenere una diversa percezione della città bastano al Comune 5.000 euro (o, nel peggiore dei casi, il doppio) e le ambizioni ingenue di un esercito di aspiranti e sedicenti “autori, fotografi od artisti, con valide e comprovate capacità espressive” certi di trovare “un’occasione professionale” e “una concreta opportunità di contatto ed esposizione professionale”. E, mi raccomando, che siano, pena l’esclusione, “maggiorenni”. E’ quel genere di giovani - o meno giovani ma nuovi del mestiere - che, pur di vedere una loro foto pubblicata, sono disposti a cedere l’intero archivio a costo zero e a firmare contratti capestro, sempre nell’ottica che, in un meraviglioso quanto improbabile futuro, questa “occasione professionale” che gli si è presentata “offrirà una concreta opportunità di contatto ed esposizione professionale”. Un cliché di bieco sfruttamento del lavoro dei giovani che, per la sua ovvietà e inossidabile continuità nel tempo, dovrebbe essere insegnato a tutti i giovani nelle scuole, in modo che imparino a riconoscerlo e a difendersene.

Allora, cari lettori di fotoinfo, siete avvisati: partecipate in massa con le foto delle mura del Castello illuminate a festa, delle antiche vestigia romane della città, dei fantastici ed avveniristici padiglioni della Fiera, dei luccicanti negozi del centro, degli scattanti e dinamici manager che con il loro quotidiano lavorio portano tanto beneficio alle attività produttive della comunità meneghina,della fantasmagoria delle settimane e dei mesi e degli anni della moda, ecc. ecc. La lista dei soggetti fotografabili è fornita in calce al bando, per maggiore chiarezza e ad evitare pericolose incursioni in campi minati e problematici.
Un ultimo consiglio, soprattutto a quelli di voi che, frequentando questo sito, hanno l’abitudine di ritenersi degli attenti osservatori e testimoni della realtà, e in qualche caso magari anche dei pregevoli documentaristi: fate una cortesia, quelle ben note ma inutili immagini della realtà con cui rattristate quotidianamente voi stessi e anche gli altri, non presentatele, anzi, fate i bravi, eliminatele del tutto dal vostro archivio. Tanto sono fotografie digitali e con un paio di click possono definitivamente sparire dai vostri hard disk e dai vostri back-up.
Avete capito, no? di cosa parlo, o ve li devo nominare uno ad uno i temi che non possono assolutamente essere presentati, pena l’esclusione dal concorso?
Va bene, qualche suggerimento per i più insensibili e per i duri-e-puri lo posso anche fornire:
- di Via Padova è meglio non parlare,
- dei Rom nemmeno,
- il Lambro per favore lasciamolo stare,
- i quartieri dormitorio e le speculazioni edilizie sono da evitare del tutto,
- delle scuole pubbliche lasciate cadere a pezzi non se ne deve parlare,
- delle fabbriche che chiudono e dei loro operai in via di estinzione non c’è necessità di occuparsi,
- sulla viabilità e i trasporti pubblici non c’è niente da dire,
- sulla qualità dell’aria, nemmeno,
- sulla presenza di mafia e ‘ndrangheta, lasciamo stare,
- della corruzione nella pubblica amministrazione è vietatissimo informare i cittadini,
- ecc. ecc.


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A pensarci bene, si potrebbe organizzare una bella improvvisata al Comune di Milano e ai suoi nobili soci: inondargli il server proprio di queste immagini che loro disdegnano. Chissà che, finalmente aperti gli occhi sulla realtà, il Comune non decida di affrontare i numerosi problemi che i cittadini ben conoscono per essere costretti a viverli sulla loro pelle ma che gli amministratori vorrebbero veder sparire del tutto, perfino dalle fotografie.
Vi invitiamo fin d’ora, in ogni caso, a boicottare questo concorso, non partecipando.

Se volete dare il vostro contributo al fallimento di questa discutibile iniziativa, potete firmare la petizione online che invieremo ai diretti interessati (Comune di Milano e Fratelli Alinari-Gruppo24Ore).

Marco Capovilla