Le Rencontres d’Arles 2009: tra documentario e racconto personale

Ogni anno, d’estate, migliaia di fotografi, artisti, studiosi e appassionati si ritrovano ad Arles, nel sud della Francia, per partecipare ai famosi Rencontres , che fanno il punto sulla fotografia internazionale. La rassegna, ideata nel 1970 e diretta per molti anni da Lucien Clergue, è giunta alla 40esima edizione ed èora guidata da François Hébel, che ogni anno incarica un ospite esterno dell’ideazione delle principali mostre, mantenendola così fresca e innovativa. Dopo la settimana inaugurale (dal 7 al 12 luglio) sarà aperta al pubblico fino al 13 settembre.

Per celebrare l’anniversario è stato scelto di confrontare e far dialogare, i classici di 40 anni di festival (raccolti nella sezione “40 anni di Rencontres”) con gli (ex) outsider di “40 anni di rottura”, in cui il curatore principale, Nan Goldin, ha portato come ospiti gli artisti che le sono più vicini e mostrato una parte della propria collezione personale. Una giuria, formata da molti dei direttori artistici delle precedenti edizioni, curatori e fotografi, ha premiato la promessa fotografica del 2009 e i migliori libri nella sezione storica e d’autore.

  • firma: Rimaldas Viksraitis

Il premio Scoperta dell’anno è andato al lituano Rimaldas Viksraitis, nominato da Martin Parr, che ha raccontato dall’interno la vita degli abitanti dei villaggi in cui è nato e cresciuto. Il racconto porta alla luce una realtà lontana e probabilmente prossima alla scomparsa, accelerata dall’ingresso della paese baltico nell’UE e dalla conseguente importazione di modelli di vita incompatibili con i ritmi e i miti del mondo rurale pre-industriale: villaggi in cui interno ed esterno scompaiono, come la distinzione tra vita privata e pubblica, e dove persino la nudità e una sessualità libera e polimorfa sembrano essere la norma. Un mondo infine in cui uomini e animali vivono fianco a fianco senza recinti nè gerarchie.


Tra le 15 nuove scoperte si possono ammirare i progetti dell’italiana Moira Ricci, presentata da Giovanna Calvenzi, con una commovente e profonda riflessione sulla memoria e il ruolo della fotografia famigliare nella (ri)costruzione dell’identità, delle relazioni, del ricordo; e Sean Lee, presentato da Christian Caujolle, che con Sean Lee e Shauna inventa e mette in scena il suo alter ego Shauna, essere notturno dalla sessualità imprecisata e indefinita.


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  • firma: JH Engström

Con From Back Home di Anders Petersen e JH Engström ,edito da Bokforlaget Max Strum, vincitore della sezione libro d’autore dell’anno, si sancisce il passaggio di testimone nella tradizione fotografica scandinava tra il vecchio maestro e il giovane allievo, entrambi debitori dello sguardo diretto e spietato del capostipite della fotografia svedese Christer Strömholm .

In History (Steidl editore) di Susan Meiselas , retrospettiva dell’opera fotografica della fotografa americana entrata nella storia per la straordinaria narrazione a colori della rivoluzione sandinista in Nicaragua, si è aggiudicato invece il premio per il miglior libro storico.

La retrospettiva sull’avventura editoriale e intellettuale di Robert Delpire fa compiere allo spettatore un viaggio attraverso la storia della fotografia, divulgata e resa accessibile, anche economicamente, al grande pubblico grazie alla straordinaria collana PhotoPoche, la cui versione italiana è edita da Contrasto con il nome di FotoNote, nata nei primi anni 80 dalla collaborazione tra Jack Lang, l’intellettuale ministro della cultura, e Delpire , nominato capo del Centro Fotografico Nazionale (CNP).

La sezione Regulars è poi completata da diverse mostre interessanti in cui si può ammirare la varietà di temi, generi, modalità narrative: dal reportage classico di Willy Ronis al paesaggio concettuale di Bernard Faucon, dal documentario antropologico di Giorgia Fiorio allo sterminato affresco popolare nella Turchia di Attila Durak.

  • firma: Jacob Aue Sobol

Per temi e linguaggio la visione personale e diaristica di Jacob Aue Sobol in Tokyo e l’allucinato viaggio attraverso le città del mondo di Michael Ackerman in Half Life, sono l’ideale ponte con l’altra parte della rassegna in cui sono prevalenti modalità di ripresa e narrazione diretti e reali fino alla sgradevolezza, che costringono lo spettatore a lottare tra la curiosità, il desiderio di vedere e l’impossibilità di sostenere il confronto con una fotografia che non risparmia nulla quanto a franchezza dello sguardo.

  • firma: Michael Ackerman

Ad aprire le “Ruptures” ci sono la celeberrima Ballad of Sexual Dependency di Nan Goldin e la collezione personale dell’artista americana, che comprende opere straordinarie, sintetizzate nella sua opera fotografica e di vita. Tra gli altri ospiti, oltre ai già citati Petersen ed Engström, si possono segnalare, accanto ai già noti Raised by Wolves di Jim Goldberg, Death Agony di Antoine D’Agata e At Dusk di Boris Mikhailov, le meno conosciute e più recenti opere di Jean-Christian Bourcart, Annelies Strba e Leigh Ledare.

  • firma: Leigh Ledare

Bourcart con Camden, NJ va a vedere come si vive in quella che, secondo gli esperti, è la più pericolosa città degli Stati Uniti e nel tempo ne racconta gli ambienti, le persone, la vita, gli oggetti, le storie.

La fotografa svizzera Annelies Strba con Shades of Time racconta da anni delicatamente la vita e i componenti della propria famiglia con uno stile, ancora una volta, informale e diaristico.

Nello sconvolgente Actually Alive invece, il giovane americano Leigh Ledare mostra il drammatico e abnorme rapporto con la madre - ex giovane promessa, non mantenuta, del ballo - e di questa con se stessa, con il proprio corpo e con il sesso, diventato negli anni della maturità una vera propria ossessione autodistruttiva.

  • firma: Eugene Richards

Accanto agli ospiti di Nan Goldin in “Altri Fotografi Distruttivi” sono presenti le opere narrative, ironiche e toccanti di Duane Michals, la sarcastica presa in giro del lusso di Martin Parr, ma soprattutto l’opera del portoghese Paulo Nozolino, che in Far Cry offre una visione tragica della vita, fatta di solitudine, orrore, distruzione, morte e allucinazione.

Infine, forse, l’opera più toccante e significativa dell’intera rassegna, almeno secondo chi scrive, The Blue Room di Eugene Richards , il cui soggetto sono le località e le case isolate e abbandonate dell’America rurale.

L’isolamento, la distruzione, la rovina mostrano insieme la fine e la vacuità del mito americano.