Un altro cielo sopra Milano

  • didascalia: Immagine del grattacielo Pirelli, tratta dal volume “Milano” edito da Società Italiana Superior (ora Electa) (1967)
  • firma: Piero Raffaelli
  • fonte: per gentile concessione dell’autore

Parecchio tempo prima che si inaugurassero i cantieri a Porta Nuova, Milano stava diventando più luminosa, più colorata e meno grigia. Strano ma vero: il grigio aveva spento i colori e regnato indisturbato per secoli: sembrava che fosse per sempre, e invece un certo giorno i colori riapparvero, mentre il grigio sbiancava.
Cosa stava accadendo?
Milano era grigia da sempre, come molte altre città fatte di cemento, acciaio, asfalto e pietra; in più a fare grigia Milano c’era anche lo smog, la nebbia, il fumo e la polvere del carbone con cui si riscaldava. Grigia era stata Milano nel dopoguerra e grigia rimase anche dopo, negli anni del boom. Grigia era la città quando c’erano le fabbriche e i camini fumavano, e grigia restò quando le fabbriche chiusero.

Sempre grigia e perfetta fu Milano come location di film diversissimi (Rocco e i suoi fratelli, Miracolo a Milano, La Notte e altri).
Grigia fu ovviamente negli anni di piombo, e pure negli anni della Milano da bere, malgrado il colore di campari e crodini.
Indifferente ai colori, Milano rimaneva fedele al suo grigio, come la Ferrari al suo rosso.
Altre città erano grigie perché noiose, o gelide, o melanconiche, o perché soffiava la bora nera sotto un cielo plumbeo. Fra tutte, Milano era forse la sola ad aver raggiunto la perfetta fotogenia senza perdere il calore materno.

  • didascalia: Immagine del grattacielo Pirelli, tratta dal volume “Milano” edito da Società Italiana Superior (ora Electa) (1967)
  • firma: Piero Raffaelli
  • fonte: per gentile concessione dell’autore

E proprio qui sta il problema: la città aveva raggiunto la perfetta fotogenia come fosse una signora di mezz’età, un po’ ingrigita, fotografata con amore da un suo figlio, Gabriele Basilico.
Milano era però divenuta capitale della moda, e proprio la moda aveva fatto maturare in lei una voglia nuova: la voglia di essere guardata come una modella giovane, non come la mamma di Basilico (una voglia teorica da città metaforica, ma anche reale per le decine e decine di redattrici di moda disamorate del bianco e nero e di una città forse ancora materna ma scarsa di sex-appeal).
In altre parole: è stata la fotografia a rivelarci la vera bellezza di Milano con quel bianco e nero che ora esaurisce il suo compito e si spegne, poi che Gabriele non c’è più.


Ad approfittare della circostanza è già arrivato il digitale.
Lo conoscevamo già bene questo ruffiano da sartoria: così complimentoso e perfettino con i suoi colorini da depliant e da vetrina, sempre così carino e gentile da sedurre Milano, divenuta essa stessa un sola enorme vetrina (ma i giochi e i colori non sono finti).

  • didascalia: La nuova sede degli uffici Pirelli costruita attorno alla torre di raffreddamento della fabbrica di pneumatici. Progetto arch. Vittorio Gregotti (2003)
  • firma: Piero Raffaelli
  • fonte: per gentile concessione dell’autore

Fantasie? Chiacchiere? Forse sì, ma di cosa parliamo esattamente quando parliamo di fotografia?
Sul digitale non aggiungo altro; tutti i fotografi hanno avuto occasione di parlarne male, nessuno però ha resistito alla tentazione di ottimizzare qualche sua foto, per esempio ritoccando il cielo sopra Milano. Io no.
Perciò cambio discorso.

Rimpiango il tempo in cui c’erano abbastanza sfondi e abbastanza rettangoli nel panorama urbano di Milano e il compito del fotografo era trovare la collocazione dignitosa e giusta per ogni persona: un compito nobile che era stato, tra gli altri, di Piero della Francesca (vedi “La flagellazione”).
Rimpiango anche il tempo in cui non si rischiava di finire tra i grattacieli dove i passanti sono piccoli come formiche e pretendono lo stesso la tutela della propria privacy.

  • didascalia: I resti dei capannoni della Breda a Sesto S. Giovanni; ora nel Parco Archeologico Industriale assieme al Carroponte. Sullo sfondo nuovi uffici vuoti (2002).
  • firma: Piero Raffaelli
  • fonte: Fonte: per gentile concessione dell’autore

A proposito di privacy: la città è il luogo dove si imparano i diritti e i doveri della socialità, il luogo dove si è sempre risolto empiricamente il diritto alla reciproca curiosità. Questo diritto risponde alla superiore necessità di convivere in armonia, essendo diversi; ci si fotografa così come ci si guarda: per conoscersi meglio.
La cosiddetta tutela della privacy è invece diventata censura e violazione della superiore necessità di vedere e di essere visti entro uno spazio non blindato, non privato, ma pubblico e trasparente.

Privacy più digitale più arredo urbano mi hanno spinto infine fuori città, fino ai cantieri della TAV : qui si cambiava l’Italia davvero, con mano pesante, davanti a pochi testimoni e nessun giornalista.
Sono salito su Italotreno per viaggiare come un neutrino e ho sorvolato un rigagnolo giallo: era il Po, non lontano dal punto in cui i pellegrini della Va Francigena si fermavano secoli fa a pregare prima di affrontare le acque, non sempre basse, del guado.
Giorni dopo sono stato a trovare i pellegrini dove ora si fermano per un panino slow food snobbando la TAV. Dopo aver masticato piano e pregato si rimettono in moto, a passo d’uomo, più lenti che nel medio evo. I due mondi sono qui vicinissimi, ma solo i lenti vedono passare i veloci; i veloci non vedono nulla.

Poi sono andato a vedere le talpe d’acciaio rotanti che scavano dentro la montagna tubi rettilinei, non per i neutrini, che andrebbero dritti comunque, bensì per i treni. Vanno dritte le talpe sfiorando i villaggi dei Neanderthal della Val di Susa. Vanno dritte per tagliare le curve. Così si risparmieranno tre ore sulla tratta Lisbona-Kiev; i Neanderthal lo sanno ma non lo apprezzano: solo i treni merci ci andranno sui binari dell’alta velocità e ci andranno pianissimo, dicono i Neanderthal.

Ho poi visto nascere un grattacielo: era il secondo dopo il Pirelli, rimasto a lungo da solo, a fare da sfondo a quelli che arrivavano con la valigia in spalla (non esistevano i trolley, allora!) (vedi la foto di Uliano Lucas).
Al secondo si sarebbero poi aggiunti un terzo e un quarto: il minimo per fare uno skyline: un mazzetto di grattacieli come un mazzetto di asparagi sotto l’albero degli zoccoli o sotto le fronde del faggio (sub tegmine fagi dove Virgilio sedeva nell’erba).
Da quando era servito da bersaglio per gli aerei dei terroristi arabi, lo skyline era divenuto icona ideale per la auto-rappresentazione di ogni città: chiaro simbolo di un’energia che sopravvive e vince su tutto.
Per non essere da meno, anche Milano se n’è procurato uno; sta sull’orlo dell’Isola di Porta Nuova, come quello di New York sull’isola di Manhattan. Lì era logico costruire verso l’alto, dato che lì la terra ferma finiva. Qui a Milano, dove la terra abbonda, le torri Swarowsky e gli zampilli di Diamonds in the sky non avranno lo specchio d’acqua in cui riflettersi e raddoppiarsi. Sarà un flop per l’orgoglio padano.

Piero Raffaelli