Manipolazione ed eccessi, standard e buon senso: continuiamo a parlarne


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Nel 1997 ebbi l’opportunità di frequentare un Master presso la New York University. Il corso di studi aveva un titolo intrigante e innovativo: Media Ecology, l’Ecologia dei Media, un bel termine che racchiude in sé tutto il “bello, il brutto e il cattivo” del mondo della comunicazione mediatica ai nostri giorni.
Nello spirito di Marshall McLuhan e sotto l’ala del suo allievo Neil Postman, che fondò questo corso di studi nel 1971 anticipando i grandi dibattiti sull’effetto dei mass media (il suo dito era puntato alla televisione) sulla nostra forma mentis, giovani studenti di comunicazione si chiedevano come la nostra realtà, materiale e mentale, subisse l’influenza dei mezzi di comunicazione, oggi e nel corso della storia dell’umanità.
L’anno successivo scrissi un paio di tesine che, senza mai nominare la parola Photoshop (ai tempi non ne conoscevo l’esistenza specifica), si interrogavano sulla evoluzione/rivoluzione digitale nel mondo della fotografia e sulla rappresentazione del mondo. Photoshop, ho scoperto da poco, era nato 8 anni prima. Adesso ne sono passati altri 12 da quei miei scritti accademici. Per l’occasione li ho riletti e da essi vorrei prendere spunto per arrivare al giorno d’oggi.

Erano gli inizio del fenomeno digitale nel mondo della fotografia e già i dibattiti fiorivano. Quasi ingenui sembrano oggi alcuni esempi di manipolazione portati a prova della “cattiva direzione” che la fotografia stava prendendo grazie all’uso di strumenti digitali, anche se ancora poco sofisticati.

Un primo esempio, che ancora oggi mi fa sorridere, dà il senso della difficoltà a definire i limiti legittimi della manipolazione: lo spostamento della piramide di Giza, o meglio dei cammelli, sulla copertina del National Geographic del Febbraio 1982. Allora non c’era Photoshop e il sistema digitale utilizzato si chiamava Scitex. La foto, manipolata per adattarsi al formato verticale della copertina, fu uno scandalo per una rivista che si era sempre vantata per la sua esattezza giornalistica.

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Nel 1994, in piena epoca Photoshop, ci fu un caso ben più grave che dette il via a un dibattito in termini deontologici ed etici, sulla manipolazione fotografica (in questo caso digitale, ma che trova un corrispondente nel semplice cambio di tonalità e di contrasto ottenibile anche in camera oscura). Il volto di OJ Simpson, campione di football americano, allora arrestato per l’omicidio della moglie, apparve nella stessa settimana su due magazine americani, Newsweek e Time. Time rese il protagonista più colpevole, più pericoloso, più cattivo scurendo la foto segnaletica della polizia che il suo competitor, Newsweek, pubblicò invece in toni corretti. Manipolazione della realtà? Sì. Alterazione del significato della foto? Assolutamente sì. La neutralità della foto segnaletica fatta dalla polizia fu trasformata in condanna sicura: questo è un omicida.

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Tra i vari esempi, entrando nel 21° secolo, troviamo un esempio di manipolazione fotogiornalistica, quindi scorretta perché modifica il significato della foto, proprio in Italia e sulla prima pagina del quotidiano Il Manifesto (ampiamente trattato su fotoinfo ).

Altra grave manipolazione fu quella messa in atto nel 2003, in piena guerra del Golfo da Brian Walski, un veterano ed esperto fotogiornalista dello staff del Los Angeles Times. Essa fu forse ancor più grave, perché effettuata dall’autore stesso e non da un operatore grafico per esigenze di layout (comunque non accettabili), o da un caporedattore in cerca della foto “forte” da mettere in prima pagina (in ogni caso giornalisticamente non corretto). Fotoinfo se ne occupò nel suo Osservatorio . Le conseguenze furono il licenziamento immediato e un manifesto sull’etica giornalistica con un capitolo specifico sulla manipolazione fotografica (vedi: Los Angeles Times ).

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  • firma: Brian Walski
La questione manipolazione digitale e il “problema” Photoshop è più che mai attuale.
L’anno scorso, ebbi l’onore di far parte della giuria del World Press Photo. Più volte durante la visione dei lavori sottoposti al concorso, il discorso sulla legittimità dei ritocchi digitali venne affrontato dai giurati. Non si arrivò in quella sede ad una conclusione, ma il continuo riaffiorare della questione ne rivelava l’estrema importanza e l’urgenza. Il tema non è stato sottovalutato e proprio quest’anno (Concorso WWP 2009) per la prima volta è stata inserita una postilla ad hoc sulla manipolazione digitale:
"The content of an image must not be altered. Only retouching which conforms to currently accepted standards in the industry is allowed. The jury is the ultimate arbiter of these standards and may at its discretion request the original, unretouched file as recorded by the camera or an untoned scan of the negative or slide." (fonte: pdn ).

Poco prima anche l’altro concorso di fotogiornalismo internazionale (Picture of the Year) aveva fatto qualcosa di simile inserendo nel suo regolamento una importante regola:
"Photos submitted to Picture of The Year must be a truthful representation of whatever happened in front of the camera during exposure. You may post-process the images electronically in accordance with good practice. That is cropping, burning, dodging, converting to black and white as well as normal exposure and color correction, which preserves the image's original expression. The Judges and exhibition committee reserve the right to see the original raw image files, raw tape, negatives and/or slides. In cases of doubt, the photographer can be pulled out of competition."


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  • firma: Klavs Bo Christensen
  • fonte: http://nppa.org/news_and_events/news/2009/04/denmark.html
Proprio i Danesi, organizzatori del concorso, hanno fatto storia squalificando il fotogiornalista Klavs Bo Christensen, che aveva partecipato al concorso nel 2009, per eccessiva manipolazione. La giuria decise che si era spinto troppo in là e che i suoi aggiustamenti digitali avevano alterato la “realtà” della foto.
Non voglio entrare qui nel dibattito sempre verde sulla fotografia e la rappresentazione della realtà, né dare un giudizio sulle scelte fatte da questi operatori del settore fotogiornalistico. Ciò che mi interessa segnalare è un fatto, che introduce nuove domande relative all’interpretazione del mezzo digitale e agli strumenti ad esso legati (Photoshop nella fattispecie): la giuria, per prendere una decisione definitiva sulla validità giornalistica del reportage di Christensen, gli chiese, per la prima volta nella storia dei 35 anni del Premio, di fornire in visione i file RAW così come erano prodotti “neutralmente” dalla sua macchina fotografica digitale professionale.
E’ il RAW il nuovo negativo? La prova ultima della verità? Della realtà così com’è veramente? E com’è la realtà vera se gli occhi che la guardano sono diversi? Com’è se le macchine digitali, evolute e sofisticate, si differenziano nel prodotto finale grezzo (il file RAW)…così come le pellicole di marche diverse, in tempi ormai remoti, variavano di luminosità, calore, incisione, etc.
La diatriba, iniziata sul sito dell’unione dei fotogiornalisti danesi, Pressefotografforbundet, che ha ora stranamente cancellato questo blog dal suo sito per, si legge , “richiesta del fotografo”, si è estesa a blog internazionali di fotografia e non può essere ignorata.

Come si giudica la “vera” immagine digitale? Quali sono i limiti accettati per la manipolazione delle immagini? Chi lo decide? Cosa rende una foto autentica e verosimile? Quale aggiustamento la rende inaccettabile come rappresentazione (seppur interpretata, com’è tutta la fotografia) della realtà?
Si può calcolare “scientificamente” il livello di autenticità? Quanto si può ritoccare una curva? Quanto contrasto è accettabile? Quali toni vanno considerati distorti?
Le nuove regole del World Press Photo parlano di “standard”: ma quali sono, chi li ha stabiliti? Il regolamento del concorso Picture of the Year riporta come necessaria la “buona pratica” (paragonabile cioè alle usuali pratiche effettuate in camera oscura) ma che io interpreto anche come buon senso.
E’ giusto essere rigorosi, ma non rigidi. Dare delle definizioni ma essere flessibili e in un mondo, quello tecnologico, così sofisticato e in continua evoluzione.

Nel mio lavoro come consulente fotografico mi ritrovo ad affrontare mondi differenti del mondo fotografico, editoriale, commerciale, artistico, etc. In ognuno di questi gli standard deontologici e accettati variano.
Nel caso dell’allegato ad un quotidiano come D-La Repubblica, con cui collaboro stabilmente, il “caso” Photoshop, nella parte del giornale che tratta di attualità (e quindi non le sezioni moda, bellezza, etc) raramente ha suscitato grossi dibattiti interni sulla legittimità o meno di una immagine. In primis, non essendo un news magazine o una rivista di stretta attualità, non ha come contenuto principale l’informazione relativa ad un evento. D racconta delle storie, delle emozioni, delle atmosfere. In secondo luogo, è una rivista che ha sempre dato molta importanza all’estetica, alla bellezza delle immagini, e, spesso, ai giorni nostri, un’immagine ritoccata (secondo gli standard) risulta più bella, più piacevole alla vista.
Spesso, le storie raccontate, hanno un’atmosfera particolare, voluta, data dal fotografo e dal suo stile (legato alla sua formazione, alla preparazione all’immagine, alla scelta del tipo di stampa, e ovviamente anche a Photoshop).
L’entusiasmo per Photoshop negli ultimi anni, e la grande accessibilità del mezzo, ha forse creato in alcuni casi degli stili molto riconoscibili e ripetitivi che ci hanno allertato sulla necessità o meno di questa manipolazione. I trend stilistici nella fotografia sono sempre esistiti, l’importante è essere chiari su ciò che si vuole comunicare. Serie fotografiche estremamente contrastate, o immagini desaturate quasi evanescenti fanno l’occhiolino al mondo dell’arte (e quindi alla legittimità pura di uno stile personale) senza necessariamente (a mio parere) fuggire completamente al mondo del racconto e del documento.

Dal mio punto di vista, è in corso da tempo un processo di trasformazione della fotografia documentaristica (non strettamente foto giornalistica) che ha promosso un linguaggio nuovo, a volte più concettuale, ricreato, che fa riferimento alla realtà, ma non ad un dato momento decisivo.
Staged documentary: il termine stesso lo definisce. C’è una messa in scena, all’interno di una situazione reale. Si riproduce la realtà con le persone reali, non nell’attimo stesso, ma ricostruendolo. Questo normalmente è un processo che inizia già nella pre-produzione. Una specie di sceneggiatura, l’uso accurato di luci, l’estrema attenzione alla composizione, e ovviamente grande cura nel ritocco finale sul computer: tutto contribuisce a ricreare una realtà così come la si è vista. Questo è legittimo? Credo di sì, nel momento in cui il processo è chiaro e non viene illuso nessuno.

I rischi di Photoshop? Sicuramente l’uso distratto e poco attento del mezzo. Un esempio per tutti è capitato poco fa in redazione. Poco prima della stampa del giornale, i tecnici si accorgono che manca un pezzo di testa ad una persona ritratta. Oddio, cosa è successo? Telefonate concitate con la fotografa, che rispetto molto, e soprattutto il dubbio atroce che avesse fatto qualche aggiunta, qualche ritocco non accettabile. Si scopre velocemente che, più semplicemente, la sua stagista si era distratta nel ripulire l’immagine dalla polvere (era una scansione da negativo medio formato), e “tamponando” qua e là, aveva inavvertitamente asportato una fetta di testa ad una delle protagoniste della foto. Ad occhio nudo non si vedeva, ma per fortuna è stato segnalato. Imperdonabile? No. Ma prestiamo attenzione!

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La veridicità della fotografia, la legittimità della manipolazione digitale.
E’ una discussione senza fine, ma della quale è importante essere consapevoli se parliamo di fotogiornalismo, di documentaristica, di informazione.
Il mezzo è il messaggio, diceva McLuhan. L’utilizzo delle tecniche di manipolazione digitale ci dicono molto del nostro mondo, della rappresentazione della realtà al giorno d’oggi. Ci ricordano che è facile alterare la realtà.
Che dobbiamo essere attenti: l’avvento di nuove tecnologie hanno inevitabilmente conseguenze sul modo in cui rappresentiamo e percepiamo il mondo.
Ce lo insegna la realtà virtuale, la chirurgia estetica, Second Life, i nostri avatar e tutte le modifiche che operiamo sulla nostra identità.
Continuiamo a parlarne.

Arianna Rinaldo

Si ringrazia Maurizio Lodi - ubikphoto , per la foto d'apertura del servizio in homepage