Blanco - la cecità secondo Stefano De Luigi


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  • fonte: copertina di Blanco di Stefano De Luigi edito da Trolley, 2010
Con quale colore si può rappresentare la cecità? Il nero verrebbe da dire d'istinto. Stefano De Luigi sceglie invece il bianco, citando il Josè Saramago di Cecità, per il suo libro intitolato Blanco, edito da Trolley Books con prefazioni di Philippe Daegen e Giovanna Calvenzi ed estratti dal libro del Nobel portoghese. Il libro raccoglie, all'interno di un'elegante copertina bianca con rilievi in Braille, la lunga ricerca effettuata dal fotografo italiano sul tema della cecità, indagine partita tanti anni fa insieme alla ONG CBM, impegnata in programmi di assistenza e di sensibilizzazione in tutto il mondo. Oltre a rappresentare la cecità come una permanente visione del colore che li assomma tutti, è nella scelta e nella presentazione delle immagini che Stefano De Luigi sorprende positivamente, riconoscendo la condizione di chi ne è affetto come quella di persone in tutto simili alle altre, a cui però è stato negato il dono della vista. La nostra esperienza del mondo si basa primariamente su questo senso e dunque possiamo solo immaginare in quale condizione i non vedenti si trovino immersi. Possiamo intuire la tragedia di una vita vissuta al buio e nelle fotografie di Stefano conosciamo una disperazione controllata, un dolore profondo ma commensurabile con la nostra esperienza e la nostra sensibilità.

Qualsiasi tipo di voyeurismo, di compiacimento, evocato solo per negarlo nell'introduzione di Philippe Daegen, è completamente evitato dall'autore per due ragioni fondamentali. Anzitutto la collaborazione con una organizzazione che porta assistenza e allevia il dolore rende comunque utile il racconto visivo, secondariamente le scelte formali non cedono mai allo sterile estetismo, alla ricerca dell'effetto, dell'immagine emblematica e retorica. Le foto sono attentamente costruite e formalmente attraenti, nei colori, nelle inquadrature e nelle forme, ma destinate ad una contemplazione lenta, ragionata, non certo alla ricerca dello shock, dell'effetto grafico, della drammatizzazione. Fondamentale è poi la rigorosa contestualizzazione, evidenziata dalle precise didascalie che ci restituiscono quelle “5W” che rendono impossibile qualsiasi generalizzazione, decontestualizzazione, traslazione simbolica.

Importante anche la scelta di mostrare non una disperazione senza appello, ma un dolore dignitoso, di chi viene assistito e lotta per stare meglio, per costruirsi una vita migliore. Questo libro non inchioda il lettore impotente alla sedia, piuttosto lo invita a interessarsi al problema. Le fotografie che rappresentano il dolore degli altri, come direbbe Susan Sontag, corrono il rischio di trasformarsi in icone senza tempo e senza storia, rappresentazioni di una condizione eterna e quasi metastorica, in cui il soggetto ritratto si riduce a puro mezzo, semplice pretesto per oggettivare un'idea o, peggio ancora, per esercitare un'estetica.

Tanti autori contemporanei o del recente passato hanno giocato su questa sottile linea, a volte purtroppo varcandola. Stefano De Luigi non corre mai questo rischio. Invece di essere trascinati in un mondo delle idee popolato di simboliche e astratte metafore, i lettori restano saldamente ancorati alla storia, alla società, alla politica. Così il libro, che si era aperto con un'immagine di occhiali e altri prodotti oftalmici in un ospedale di Bukavu nella Repubblica Democratica del Congo, si chiude con il ritratto di Jelez Kolev, bambino non vedente di dieci anni, ripreso nel suo primo giorno di scuola a Varna, in Bulgaria. Una situazione straordinaria affrontata con tenacia nel tentativo di costruirsi una propria, speciale, normalità. Il viaggio di De Luigi attraverso 16 paesi e 3 continenti non è stato dunque vano.

federico della bella

Blanco

di Stefano De Luigi

edizioni Trolley, 2010

pagine: 128

prezzo: 30,00 euro